Rassegna storica del Risorgimento

ITALIA POLITICA 1875-1898; PARETO VILFREDO
anno <1977>   pagina <296>
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Maria Cristina Bianco
Al protezionismo, quindi, egli fa risalire tutti i mali di cui soffre la società italiana: il sorgere di industrie parassitarie alimentate dai sussidi statali, la rovina dell'agricoltura, il declino del commercio, la cattiva gestione delle banche, la megalomania dei ministri e la politica militarista, la strumentalizzazione dei pubblici poteri per una politica di parte. Abolita la tariffa e diminuite le imposte tutto si sarebbe aggiustato da sé. La protezione industriale, infatti, se giovava ad alcuni privati imprenditori, ai loro dipendenti, agli operai, se, in altri termini, poteva giovare a quelle zone dove sorgevano e si sviluppavano le nuove industrie, colpiva, al tempo stesso, duramente le categorie di produttori estranei a quello sviluppo industriale, gli agricoltori soprattutto.
Malgrado il tono fortemente polemico Pareto toccava, tuttavia, uno degli aspetti più negativi della esperienza protezionista in Italia.
Nella misura in cui la politica doganale restava l'unico rilevante provvedimento a favore delle industrie nazionali, essa era destinata a riuscire di vantaggio solo a quelle zone nelle quali le attività industriali potevano trovare favorevoli condizioni di sviluppo; ossia alle zone racchiuse nel triangolo Milano, Torino, Genova, dove, anche durante la fase ini­ziale Ubero scambista, subito dopo Punita, le poche attività industriali esistenti erano riu­scite a reggersi, a costo di trasformazioni e di miglioramenti resi necessari dalla con­correnza. 20
Nel Sud le poche industrie esistenti, le quali avevano goduto di una pro­tezione esagerata sotto il regime borbonico, erano state spazzate via. L'economia del Mezzogiorno si era dunque sempre più qualificata come esclusivamente agricola e l'introduzione della tariffa dell'87 aveva acuito il divario, già profondo, esistente tra le due parti del paese. Non è certo, però, che una politica liberista potesse risolvere, sia pure in parte, i problemi di fondo dell'economia meridio­nale: era infatti necessaria soprattutto una politica di bonifiche, di crediti, di istruzione tecnica. È invece molto probabile che essa avrebbe bloccato l'evoluzione dell'economia settentrionale verso l'industrializzazione e avrebbe con ciò condan­nato il paese ad una economia esclusivamente agricola. Gli argomenti di Pareto, dunque, sono gli stessi di tutti i libero-scambisti: le industrie protette accapar­rano i rari capitali disponibili e prosperano a danno dei consumatori e dei set* tori non privilegiati; il basso prezzo dei prodotti agricoli causa la crisi del Mez­zogiorno; le condizioni di vita dei lavoratori sono miserabili.
D'altra parte l'Italia era, come si è visto, un paese essenzialmente agricolo, arretrato nell'industrializzazione, dove gli impianti non erano ancora stati am­mortizzati, sprovvista di manodopera specializzata, senza clienti sicuri, priva di ima rete commerciale; non in grado, insomma, di produrre a prezzi concorren­ziali. Se l'Italia, come osserva Bugino, avesse seguito la via di Pareto, se avesse dovuto importare tutti i beni di base, se avesse continuato a permettere alle nazioni più potenti di invadere il mercato italiano coi propri prodotti, molto probabilmente l'industrializzazione non avrebbe potuto effettuarsi. Grazie alla protezione furono soprattutto le industrie metallurgiche e tessili (cotonifìci) a svilupparsi maggiormente, prima che la crisi finanziaria e creditizia giungesse al suo apice, influendo negativamente sul volume della domanda interna e quindi sulla produzione industriale.
Pareto giudicava del tutto irrazionali le due direttive impresse con la
-*) M. CALZAVARIM, II protezionismo industriale, in Clio, gennaio-marzo 1966, p. 92.