Rassegna storica del Risorgimento

CATTOLICI ITALIA 1904-1914; GIOLITTI GIOVANNI
anno <1977>   pagina <312>
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Frank J. Coppa
tolici. Murri aveva un programma e intorno a lui esisteva già, in forma embrio­nale, un partito, e questo era precisamente quello che Pio X e Giolitti non volevano.
Se la dissoluzione- dell'Opera era stata un regresso per i Democratici Cri­stiani, essa era stata anche una sconfitta per gli intransigenti che avevano rigida­mente tenuto una condotta di assenteismo e avevano dominato l'Azione Cattolica fin dai suoi inizi. Le tre federazioni nazionali che rimpiazzarono l'Opera l'Unione popolare, l'Unione economico-sociale e l'Unione elettorale per quanto di gran lunga più subordinate ai vescovi erano più flessibili sulla que­stione dell'adattamento dei cattolici alla società italiana. Sembrava che queste organizzazioni aderissero all'opinione espressa dal giovane avvocato milanese Filippo Meda che non considerava l'incompatibilità fra resistente regime e i cat­tolici tanto grande da rendere poco pratica l'azione politica e sociale dei catto­lici. S'apriva così la strada a una più ampia partecipazione cattolica alle elezioni nazionali del 1904.31)
A seguito dei disordini dello sciopero generale del settembre 1904 e delle elezioni di novembre, Pio X, che era poco disposto a continuare la pratica del­l'assenteismo, decise che, in determinate circostanze, i cattolici potessero recarsi a votare. Presumibilmente, il ministro degli Affari Esteri di Giolitti, Tittoni, aveva agito da intermediario e i cattolici di Bergamo erano stati avvertiti che a meno che essi non avessero assunto responsabilità per preservare il regime, i liberali non sarebbe stato disposti a continuare la loro cooperazione con i cat­tolici al livello locale. Quando furono rese note a Pio X le men che fortunate conseguenze del continuo assenteismo, egli esclamò: Fate, fate quello che vi detta la vostra coscienza , fornendo la sanzione papale per l'abrogazione del nonexpedit. Questo fu concretato nell'enciclica dell'll giugno 1905, Il Fermo Proposito che consentiva ai vescovi di decidere se i cattolici a loro affidati doves­sero partecipare o meno alle elezioni nazionali.
A seguito dell'appoggio politico dato dai cattolici ai candidati costituzionali, trascendente il solito appoggio morale dato dai vescovi ai candidati d'ordine, si levò l'accusa che Giolitti avesse fatto un accordo col Vaticano per mezzo del ministro degli Affari Esteri. Tittoni confutò le insinuazioni asserendo che era stato tramite il vescovo di Bergamo Agliardi che si era superata l'esitazione di Pio X e che non era stata fatta alcuna concessione al Vaticano. Anzi non c'era neppure stata una corrispondenza col Vaticano circa la questione della revoca del non-expedit.
Giolitti, infatti, non fece alcuna promessa alla Chiesa in cambio dell'entrata dei cattolici nell'arena politica. Essi furono portati alle urne più dal logico cul­minare di una serie di eventi che da orditura di negoziati. La maggiore preoc­cupazione di Giolitti, fece notare la Civiltà Cattolica, era l'ampliamento della base dello Stato. Una chiara indicazione del fatto che il presidente del Consiglio non s'era compromesso s'ebbe nella sua scelta del radicale Giuseppe Marcora per la
*) SPADOLINI, // mondo cit., pp. 137, 142, 162.
3') VEHCESI, op. cit., p. 116; ELISA A. CAIUULLO, Christian Democracy, in Modem Jlàly: A Topico! Hittory Since 1861 cit., pp. 79-80.
32) G. SCARDI, Quando e come i Cattolici poterono partecipare alla elezioni politiche, in Nuova Antologia, CCCVi (novembre-dicembre 1927), pp. 118-123.
33) TOMMASO TITTONI, Nuovi scritti di politica interna ed esterna, Milano, 1930, p. 227