Rassegna storica del Risorgimento
GUERRA MONDIALE 1914-1918
anno
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1977
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pagina
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325
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Divagazioni sulla Grande Guerra 325
chi odiava la guerra, ma un ipotetico censimento di trincea avrebbe dimostrato che molti oppositori della vigilia, tra quegli stessi cattolici e socialisti di cui spesso si parla, temevano, disperavano con gli altri quando le cose andavano male, gioivano e si esaltavano quando la fortuna era con noi. Pronipote del generoso morto di Sapri, il cappellano gesuita del mio primo reggimento, il 42 fanteria, Ernesto Pisacane, usciva di trincea per soccorrere i feriti, benedire i morti e i moribondi e cadeva davanti alle rovine di Nova Vas il 10 ottobre 1916. E a lui si erano confessati e a lui avevano chiesto il conforto della religione tutti quei cattolici in grigioverde che ascoltavano le sue messe al campo. Qualcuno di quei grigioverde cattolici sentirà il dovere di confidare al suo comandante, nei giorni che precedettero Caporetto, che un certo parroco di Racchiuso, dove ci si era trasferiti dopo la Bainsizza, teneva ai soldati discorsi contro la guerra, o che un altro, dopo Caporetto, a Barbarano Vicentino, accusava gli ufficiali come soli responsabili della sconfitta...17*
Gli uomini che hanno sofferto le fatiche, le asprezze, gli orrori di Oslavia, di Piava, del Carso, dell'Ortigara, il tormento di Caporetto e della prima disperata difesa della improvvisata linea del Piave contro il nemico ebro ancora della vittoria recente, perché lo hanno fatto? Solo perché gli ufficiali hanno loro comandato: Dovete battervi ? Non bastava certo, perché non sarebbe mancata a molti la facile opportunità, in quel momento di crisi, di seguire qualche tristo esempio di viltà. Ne avessero o no chiara coscienza, credevano anch'essi, fossero contadini, artigiani, muratori, meccanici, o aristocratici, borghesi, professori, studenti, in qualche cosa che andava al di là dei loro ideali e dei loro convincimenti, e che per quel qualche cosa bisognava battersi e rischiare la vita. Anche se i più tra loro mai avevano sentito parlare delle ultime dee superstiti esaltate dal Carducci, Giustizia e Libertà.
Si è parlato spesso di una guerra voluta dalle classi abbienti, dai signori , ma, a un mese dallo scoppio, Ferdinando Martini non aveva accusato di germano-filia l'animo guardingo dell'entourage di Corte, preoccupato dall'atteggiamento antitriplicista del re? Una dama della regina segnerà nel suo Diario parlando de' garibaldini caduti nelle Argonne li chiamò ces cochons... . E un'altra contessa dello stesso ambiente non esitava a confessare la realtà egoistica del proprio neutralismo: Solamente chi non ha possessi in Lombardia può volere la guerra . 18> Non si dimentichi la malinconia che traspare da una lettera di uno dei migliori deputati socialisti, Claudio Treves, al radicale Luigi Gasparotto, accorso ad arruolarsi e poi ferito in combattimento, per non poter fare quello che il suo collega aveva fatto.
Se durante la crisi della neutralità, l'Italia fu divisa in parti esasperatamente avverse, sarebbe davvero antistorico continuare a sostenere che fu soltanto una minoranza faziosa quella che l'ha portata in guerra. Si affermi pure che i mesi che hanno preceduto l'intervento hanno avuto in qualche momento aspetti di guerra civile, ma non si perda di vista che proprio molti tra gli uomini che vi sono stati più tenacemente avversi hanno compiuto nobilmente e severamente il proprio dovere sul campo. Basti ricordare il gruppo di Italia Nostra e, per tutti, il tenente dei bombardieri Luigi Salvatorelli, ferito, come registra il suo
*7> 16 novembre 1917, da un diarietto privato, il cui autore si chiedeva: E quelli che
ben fatto il loro dovere? .
18) FERDINANDO MARTINI, Diario 1914-1919, a cura di Gabriele De Rosa, Milano, Mondadori, 1966, p. 394 (25 aprile 1915).