Rassegna storica del Risorgimento

GUERRA MONDIALE 1914-1918
anno <1977>   pagina <329>
immagine non disponibile

Divagazioni sulla Grande Guerra 329
Qualche giorno dopo, Cesare De Lollis che, alla notizia del disastro, aveva rinunciato alla continuazione della licenza, assisteva alla stessa scena alla sta­zione di Treviso.
Treni carichi di soldati ebri di sconfitta desiderata! Ce n'è fin sui tamponi delle vet­ture ... Inermi, con un tocco di pane o altro fra le mani. Odo perfino il grido: Viva Gioì [itti] presidente della repubblica! Voglion la pace, le canaglie, a qualunque costo.25'
Eppure, in quello sfacelo, molti non si sono smarriti; non hanno lasciato il fucile, non sono tornati indietro. Come i fanti della mia Brigata che avevano combattuto nell'agosto sulla Bainsizza, erano stati decimati dal nemico e dalla dissenteria amebica, uomini semplici, gente dei campi e dei mestieri, e ora resistevano a quest'altra specie di nemico e di malattia, i loro compagni che non volevano più battersi. Se c'era 6tata propaganda disfattista, su certe anime semplici non aveva avuto presa. Nelle pagine dei libri scritti dopo è dif­ficile rendersi conto di che cosa abbia voluto dire per quegli ufficiali e per quei soldati attraversare la marea dei fuggiaschi per andare a morire là dove altri erano venuti meno al loro dovere. Si corre il rischio di fare della banale retorica, anche se si è convinti, dopo sessantanni, che l'esempio dato abbia consentito all'esercito, ma prima e più ancora al popolo italiano, di riprendere coscienza di sé e del proprio dovere. Quelli che non avevano ceduto alle illu­sioni della guerra finita e l'arrivo al fronte dei giovinetti del Novantanove furono il simbolo della ripresa e del rinnovamento degli spiriti. Nella storia della guerra italiana ha scritto Adolfo Omodeo rievocando le reclute del Novantanove, i "Marie Louise" della nuova Italia i giovinetti hanno scritto una pagine immortale .27) La nostra giovinezza si era logorata sulla via dolo­rosa della ritirata dall'Isonzo al Piave: delusioni, rancori, maledizioni ci avevano fatti più vecchi; la sana, ingenua giovinezza di quegli imberbi, il loro entu­siasmo, la loro volontà di agire ci furono di monito e ci ridettero la speranza. Con il loro arrivo nelle nuove trincee sui monti e sulle rive del fiume dive­nuto confine della Patria ho scritto nel cinquantenario della fine della guerra , ritrovammo la nostra giovinezza e la fede di un tempo .28) La riscossa cominciò allora e quei giovinetti si batteranno come veterani nel giu­gno 1918, che fu battaglia e vittoria di soldati, e nell'urto finale di Vittorio Veneto. Da Caporetto a Vittorio Veneto si è vissuto, indubbiamente, un lungo, sofferto, angoscioso dramma, sul quale è inutile soffermarsi, data la ormai ricca letteratura sull'argomento, da quella dei protagonisti e dei testimoni di allora all'altra dei critici e degli storici di oggi. Anche i severi giudizi di un tempo su Cadorna, segno d'immensa invidia e di pietà profonda , sono diventati più equi, pur riconoscendone i difetti del carattere.29)
2é> DE LOLLIS, Taccuino ecc. cit., pp. 45-46.
2ft OMODEO, op. cit., p. 86.
M) A. M. GHISÀLBEHTI, Cinquantanni dopo, in II Veltro, a. XII (1968), p. 223.
29' Tra i fedeli di Cadorne basterà ricordare l'Alcssi, che, nella prefazione alle sue Lettere clandestine ricorda l'impressione di aver conosciuto un uomo di spiritualità superiore, un cervello limpido che sa ciò che vuole e possiede una volontà di ferro. Un con­dottiero, insomma, come non ne ho visti più , op. cit., p. 21, e Luigi Barzini, che lo difen­derà a spada tratta, fino ad arrivare al ditirambo, dalle accuse e dalle insidio altrui nelle lettere al direttore del Corriere della Sera, in LUIGI ALBERTINI, Epistolario 1911-1926, voi. II, La Grande Guerra, Milano, Mondadori, 1968, pp. 728-729 (16 giugno 1917), a il medico