Rassegna storica del Risorgimento

GUERRA MONDIALE 1914-1918
anno <1977>   pagina <336>
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Alberto M. Ghisalberti
D'Annunzio c'era, e come! ma non l'ho mai visto, se non la sera del 14 giugno 1915, alla stazione di Roma, quando era venuto a salutare il figlio di donna Anna Branca che partiva con gli studenti della Sapienza per partecipare a quel tal Corso accelerato di cui prima si è detto. Figurarsi la nostra invidia quando potemmo vedere il portasigarette d'oro con il motto Per non dormire donato dal poeta! Della morte di Guido Branca, caro figliolo e bravo soldato, ufficiale in Piemonte Reale, durante un bombardamento aereo di Roncadei la patria di Riccardo Selvatico, il poeta de Le tabacchine , dove la Potenza, qualche volta, scendeva a riposo dopo i turni di trincea, mi giunse notizia tra le macerie di Zenson il 9 agosto 1918.
Buon contadino lombardo, c'eri anche tu, Zaneboni Giovanni, classe 1884, di Sesto San Giovanni, che facevi parte di quella colonna di complementi , condotti, da un anonimo capitano, assecondato da un sottotenente del 41 fan­teria, rosso di pelo, Clerici, e un pasciuto e sorridente suo collega, del 42, Gritti (che morrà nell'aprile 1916 all'Ospedale di Cividale), dalla caserma pado­vana di Santa Giustina al Deposito rifornimento uomini (carne umana o in scatola, gallette o intuizioni, tutto era rifornimento ) dell'VIII Divisione (comandata da un generale il cui nome avrebbe fatto dire, magari a Benedetto Croce: Io non ci credo, ma... ), in un paesino del Medio Isonzo che si chia­mava Ladra. Me lo indicò lungo la strada da Cividale, ultima tappa ferroviaria, alla meta finale, come possibile e valido attendente un anziano sergente mag­giore, buon conoscitore d'uomini. E fu suggerimento eccellente: quel baffuto sol-datone fu con me sullo Sleme, sul Mrzli, sull'Altipiano, sul Carso, sempre pronto, sempre attento a ogni mio desiderio, paterno quasi, per i suoi dieci anni in più, da quando, raggiunte di notte le mie prime trincee sullo Sleme, all'apparire di una nebbiosa alba s'accorse in quale postaccio cane fossimo capitati. Signor tenente non lo ero ancora, beninteso, ma si è sempre usato così -, ma se Lei resta ferito, come faccio a portarlo giù? Dagli a toccar stellette... E continuò sempre così fino alla vigilia dell'offensiva carsica del 10 ottobre 1916, che ci pro­curò la sanguinosa conquista della 208 Sud, quando nel portarmi un gavettone con la mensa cadde ferito. Il suo primo pensiero fu quello di chiamare un bravo ragazzo veneto, che era stato attendente di Elio Zorzi (dal quale avevo ereditato il comando del reparto mitraglieri del I Battaglione del 42 quando egli era passato alla brigata Alpi) per dirgli: Savioli, portala tu la " mensa " al tenente . E solo dopo si lasciò mettere in barella.
Ma c'era anche, giacché ho accennato a Ladra, il maggiore Viola, coman­dante quel rifornimento uomini (appena lassù, in trincea, c'erano grossi vuoti e chi c'è stato sa quanti se ne aprissero nella zona tra lo Sleme e Tolmino , un fonogramma a mano per ciclista a piede, come si ironizzava, ordinava di spedire ai reggimenti della Modena (41*42) o della Salerno (89*90) tot fanti), che mi rifilò gli arresti, sulla carta, quando s'accorse che facevo dormire sotto la mia tenda il soldato Zaneboni...
Confesso che non ho mai condiviso l'antipatia cronica di moltissimi uffi­ciali di complemento per gii effettivi, quelli i fessi , questi i fissi . Sarà stata questione di fortuna, ma troppe volte li ho avuti accanto a dividere con noi, borghesi in uniforme, gli stessi disagi, gli stessi rischi e le stesse paure. Con questo non si vuol dire che fossero tutti da mettere in vetrina. Come, per esempio, quel capitano effettivo che, nel novembre 1916, quando ad Ala, in Val Lagarìna, dove il 42 fu a riposo per qualche settimana, guidò un gruppo di complementi da sostituire al morti e ai feriti dell'ottobre carsico. Anche