Rassegna storica del Risorgimento
VITTORIO EMANUELE II RE D'ITALIA
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1978
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Emilia Morelli
poteva chiedere l'abrogazione dello Statuto, dobbiamo aggiungere che Vittorio Emanuele condivideva con l'Austriaco la scarsa simpatia a dir poco per i democratici che avevano spinto suo padre a riprendere la guerra; non deve avere avuto difficoltà a promettere mutamenti, anche sostanziali, in questo campo. Truppe austriache sul sacro territorio piemontese, questo, sì, era da evitarsi. Nella lettera alla moglie Vittorio Emanuele afferma, infatti, di aver parlato forte e di essere riuscito a cambiare tutto quel di cattivo J> che vi era nelle condizioni preparate da Radetzky, ma non la grande disgrazia di veder comunque stazionare gli Austriaci al di là della Sesia durante l'armistizio. In sostanza, ciò significa che le pretese, in questo campo, offensive, in quanto sottintendevano poca fiducia nell'onore piemontese e per le quali Carlo Alberto si era sentito costretto ad abdicare, erano state superate.
Quanto alle questioni di politica interna, il duca di Savoia ne sapeva assai poco; nei primi mesi del 1849 qualcosa era giunto al suo orecchio mentre era confinato nella sua guarnigione e ne aveva chiesto ansiosamente notizie alla moglie. È certo che non aveva approvato la ripresa della guerra e che non apprezzava alcune mosse dei comandanti militari.
Ora, tutto questo è superato; gli risuona solo all'orecchio l'ultima frase di suo padre, quel suo chiedere di non odiarlo per avere intrapreso una politica che aveva portato conseguenze tanto funeste per il paese ed il figlio ad accollarsi tremende responsabilità prima del tempo, a soli 29 anni. Vittorio Emanuele sarà il più tenace difensore dell'opera di suo padre, a cominciare dal giorno del suo rientro a Torino, che non fu davvero un ingresso trionfale, fra i sudditi che lo accusavano, più o meno apertamente, di aver carpito la corona, se erano di destra; che su di lui sapevano ben poco, temevano le sue reazioni, diffidavano delle sue intenzioni, se erano di sinistra.
Il clima politico della penisola segnava tempesta per i moderati che avevano creduto nell'idea federale. Ferdinando II aveva ripreso il potere assoluto fin dal maggio dell'anno prima, il granduca di Toscana e il Papa erano fuggiti di fronte all'incalzare di quei democratici, che avevano costretto, in Piemonte, Carlo Alberto a denunciare l'armistizio con uno spirito assai diverso da quello che aveva guidato la campagna del 1848. La repubblica romana di Mazzini, infatti, voterà l'invio di truppe in Piemonte.
Vittorio Emanuele, però, ha nell'orecchio, come dicevo, le ultime parole di suo padre; non ha ancora idee chiare, ma sa che deve dare pubblica dimostra-zione di non odiare la sua politica, di volerla continuare. Il 27 marzo, nel suo primo proclama, scrive che è sua intenzione consolidare le nostre istituzioni costituzionali . A mio parere non è la leggenda di Vignale quella che avrebbe dovuto essere esaltata, ma questo proclama che vincolerà, infatti, il nuovo Re a non abbandonare più una strada che in quel momento era sicuramente la più difficile e la più pericolosa; non gli attirava le simpatie della destra e non calmava la sinistra. Lo dimostrerà la rivolta di Genova di lì a poco; lo dimostrerà soprattutto l'accoglienza che la Camera riserverà al De Launay, primo presidente del consiglio nominato dal nuovo Re. Era stata una scelta infelice; il Re non teneva in alcun conto la maggioranza parlamentare e operava un troppo brusco passaggio dall'estrema sinistra all'estrema destra. Fu una vera fortuna che anche le forze politiche fossero disorientate in quell'aprile del 1849, che segnò, da parte del governo, punte piuttosto pesanti di repressione; la chiusura delle Camere aveva tolto ai deputati la palestra naturale ove esercitare la loro capacità ora-