Rassegna storica del Risorgimento

VITTORIO EMANUELE II RE D'ITALIA
anno <1978>   pagina <262>
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Emilia Morelli
suoi figli, farne e rendere felice la sua famiglia, occupandosi intieramente del­l'interno di essa. Lo scriveva nel '66 alla figlia Clotilde che, per i rapporti con Roma, non seguiva in tutto l'esempio della madre.
L'aria di Palazzo cambia immediatamente e a farne le spese sarà per prima la regina madre Maria Teresa, sempre più sola e isolata, mentre Maria Adelaide si sentiva anch'essa come liberata da un incubo spiacevole. Le uniformi gallo* nate lasciano il posto agli abiti borghesi, alla tenuta da caccia e diventano sempre più, rare le feste che Carlo Alberto, invece, sapeva organizzare con grande sfarzo. L'aria di familiarità, il parlare popolaresco, però, non ingannino. Vittorio Ema­nuele si sentiva nato Re per diritto divino e Re statutario non costituzionale per volere di suo padre. Un'apparizione del tutto particolare e bizzarra, che a prima vista ti lascia esterrefatta per l'aspetto e il modo di fare, scriverà di lui la regina Vittoria; ma aggiungerà: è simile a un cavaliere o a un re del Medioevo . Anche alla corte inglese Vittorio Emanuele darà prove evidenti di non amare i contatti protocollari. Se pensiamo alla fama che l'ha, e non a torto, accompagnato per tutta la vita, appare singolare il fatto che la regina Vit­toria lo definisca timido in società, incapace di pronunciare le noiose frasi di circostanza e, soprattutto, terribilmente imbarazzato quando gli ho presentato alcune signore, lasciandolo in piedi davanti a loro . Alla fine del viaggio del 1855 si dirà pronto ad attraversare nuovamente la Manica, ma con un cerimo­niale ridotto! .
Non è fattore trascurabile, comunque, nella costruzione del mito, la faci­lità con la quale il Re riceveva, a palazzo, nei castelli di campagna, nei casini di caccia, gente di ogni ceto e di ogni provenienza; proprio di queste conoscenze egli si servì, alle volte, per tentare una politica non rigidamente costituzionale.
Ma torniamo all'aprile del '49, ai liberali-moderati che decidono di dare una mano al giovane Sovrano. L'esperimento De Launay finisce; si inizia vera­mente la parte positiva del regno quando Massimo d'Azeglio accetta di mettere a repentaglio il suo prestigio, di prendere il timone per pilotare una nave vicina al naufragio nel bacino di carenaggio, di prepararla, in sostanza, a riprendere il mare aperto: gli arriderà il successo. Si trovano così a lavorare assieme due temperamenti in un certo qual modo simili, per il senso dell'onore, la dirittura morale lo spirito di sacrificio, ma anche per quel loro prendere la vita un po' scherzosamente. Azeglio, dicevo, rischiava la sua fama per difendere il giovane re di Sardegna, che ha giurato lo Statuto, che è diverso dagli altri sovrani italiani, che è il Re Galantuomo!
Il fisico di Vittorio Emanuele cede dopo una tensione così snervante; la grave malattia è superata anche perché, le spalle coperte, egli può ritornare a praticare quella vita fisica che è indispensabile al suo equilibrio.
Il Re e il suo ministro avevano in comune un'altra dote, la schiettezza. Mai fu detto e mai si dirà che io parli diverso da quel che penso aveva scritto fin dall'ottobre del 1847 il duca di Savoia a quello di Modena. Di questa schiet­tezza Vittorio Emanuele menerà vanto forse eccessivo, ma essa diventerà un'altra delle pietre sulle quali si costruirà il mito. Per tornare alla regina Vittoria, anch'essa affermerà: Non manca mai alla parola data, si può fidarsi di lui . Alcuni suoi ministri avranno qualche riserva da avanzare su questo fare e dire tutto alla luce del sole, ma si guarderanno bene dall'affermarlo in pubblico; si