Rassegna storica del Risorgimento
VITTORIO EMANUELE II RE D'ITALIA
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1978
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Vittorio Emanuele II
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confideranno soltanto in lettere privatissime o in memorie postume; il mito del Re Galantuomo era utile anche a chi, qualche volta, non apprezzava certi inserimenti clandestini nella vera e propria politica governativa. Nessuno osò mai scoprire apertamente la Corona.
Nel primo decennio di regno, due crisi scuotono l'ancora fragile struttura costituzionale: la prima è provocata dal Parlamento, la seconda dal Re; entrambe saranno positivamente superate. Parliamo della prima.
Massimo d'Azeglio aveva ripreso subito le difficili trattative con l'Austria; aveva ottenuto lo sgombro del territorio e l'amnistia per i Lombardi che avevano combattuto sotto le bandiere sarde; Vittorio Emanuele aveva firmato la pace. Lo Statuto prescriveva che quest'ultima fosse ratificata dal Parlamento, che vi si rifiutò clamorosamente. Fin dal 3 luglio, durante le trattative, a Camere chiuse, nel riprendere i suoi poteri dopo la malattia, il Re aveva ammonito : Io cono* sco quali doveri abbia a compiere e quali esempi seguire e sento, la Dio grazia, animo saldo abbastanza per accettarne il peso; ma sento altresì ch'io fallirei all'impresa se invece d'aiuto trovassi inciampo, e se quel popolo, senza il concorso del quale non possono reggersi le libere istituzioni, ne turbasse lo sviluppo e ne rendesse impossibile l'esercizio. Ad esso io volgo sincere e franche parale, quali si convengono ad un Re leale, e quali debbono udirsi da un popolo libero . Le sue parole erano cadute nel vuoto; il solito assenteismo aveva lasciato che si eleggesse a metà luglio una Camera assai simile a quella che aveva spinto Carlo Alberto a riprendere la guerra; la pace che, nel frattempo, era stata firmata il 9 agosto, viene respinta.
Che fare? Seguire i consigli di chi riteneva impossibile proseguire per la strada costituzionale ed imitare Ferdinando li di Napoli nei suoi rapporti con i deputati? Si deve alla lealtà del Re e del suo primo ministro se si decide di fare un ultimo, estremo tentativo. H proclama di Moncalieri scioglie, sì, la Camera, ma indice contemporaneamente nuove elezioni; si opera, quindi, nel rispetto dello Statuto. Ma il proclama va considerato anche un appello diretto di Vittorio Emanuele ai suoi sudditi, a quelli che, nei secoli, non avevano mai tradito le aspettative della sua Casa, perché lo mettano in condizione di non mancare alla parola data. È l'appello di un Sovrano assoluto perché gli elettori gli diano modo di mantener fede ai patti volontariamente giurati, che riducevano i suoi poteri* Non aveva forse scritto Cavour L'ora suprema per la monarchia sarda è suonata , quando, nel marzo del 1848, gli era sembrato che per la prima volta nella sua storia, la Corona non agisse in concordia d'intenti con i suoi sudditi, che avevano già passato, moralmente e materialmente, il Ticino per aiutare i Lombardi?
I sudditi-elettori rispondono all'appello del 20 novembre; i nuovi deputati approvano il trattato; la crisi è risolta.
II secondo momento nel quale si trovarono di fronte Re e Parlamento fu all'inizio del 1855, quando la Camera dei deputati aveva votato la legge sull'incameramento dei beni delle corporazioni religiose contemplative e Vittorio Emanuele cercava di allontanarne l'approvazione definitiva. Era per luì un momento psicologicamente assai difficile. Fin dal dicembre del 1854 aveva previsto che le proposte del guardasigilli Rattazzi avrebbero provocato reazioni molto più gravi di quelle che erano seguite all'approvazione delle leggi Siccardi. Aveva, infatti, scritto a La Marmora: L'affare si fa serio e chi ne avrà tutti i fastidi sarò io; non poteva, infatti, lui, cavarsela con le dimissioni. Aggiungeva: Mia