Rassegna storica del Risorgimento
VITTORIO EMANUELE II RE D'ITALIA
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1978
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264
Emilia Morelli
madre e mia moglie continuano a dirmi che moriranno di dolore per colpa mia. Voi capite quanto la cosa mi faccia piacere! .
Il 12 gennaio 1855 scompare la regina Maria Teresa, il 20 dello stesso mese la regina Maria Adelaide, il 10 febbraio il duca di Genova Ferdinando. Si poteva essere spregiudicati, si poteva essere convinti, come il Re, che il partito clericale, dispregiato qui da tutti quelli che hanno senno, si crede più cattolico che il papa, non ha che menzogne sulle labbra, ignoranza e superbia in testa , ma non era facile resistere alle mormorazioni di chi, con grande cattivo gusto, voleva far apparire quei lutti come una vendetta divina.
Vittorio Emanuele non era religioso come suo padre, non viveva una vita ascetica, non era soggetto a crisi mistiche, tutt'altro; ma proprio per questo certi Monitori di Roma lo preoccupavano. Si aggiunga che, in quei momenti, i reazionari politici potevano giocare un'altra carta. Il Re appoggiava con tutte le sue forze l'intervento in Crimea, mentre il Governo doveva destreggiarsi per l'ostilità sia della sinistra, sia di una parte dei liberali all'implicita alleanza con l'Austria o alla nessuna contropartita che l'intervento stesso comportava.
Il Sovrano, cioè, pensava di potere manovrare la votazione in Senato per annullare quella favorevole della Camera, come era avvenuto nel 1852 per la legge sul matrimonio civile, e risolvere con un nuovo governo i problemi religiosi e quelli militari. Ma i tempi erano cambiati e, soprattutto, appariva troppo scoperta e massiccia l'azione clericale, attraverso le proposte del senatore mons. Calabiana, per non provocare reazioni nell'opinione pubblica.
Fa sentire la sua opposizione Alfonso La Marmora, minacciando le dimissioni da comandante il corpo di spedizione in Crimea. Al Re Galantuomo si appella Massimo d'Azeglio scrivendogli che IL Piemonte soffre tutto, ma l'essere di nuovo messo sotto il giogo pretino, no perdio .
Di intrighi certa gente era capace, ma avrebbe assunto la suprema responsabilità delle conseguenze? Cavour capisce che la risposta non può essere che no e dà le dimissioni; gli uomini di ricambio di destra e tanto meno i costitu-zionali-mo derati non se la sentono di distruggere ciò che era stato COBI faticosamente costruito; il Re comprende di essere stato vittima di una volgare congiura e richiama il conte; il regime parlamentare non subirà più scosse. Si apre la pagina più luminosa del regno di Vittorio Emanuele II.
In Piemonte non si stava con fatica costruendo solamente il liberalismo costituzionale; era in atto un fenomeno che non aveva assunto ancora peso politico, ma che era destinato a creare le premesse indispensabili per il passaggio da una prospettiva di ingrandimento del Regno sardo a una prospettiva nazionale. Quasi all'insaputa del protagonista, sul Re di Sardegna si accentrano le speranze di chi lo immagina già, nei suoi sogni, Re d'Italia, simbolo dell'unità futura, ai di sopra delle parti, in antitesi, alle volte, con il suo stesso governo.
Massimo d'Azeglio ha avuto anche il grande merito di aprire le porte del Regno sardo agli esuli forzatamente allontanati dalle loro case per l'imperversare della seconda Restaurazione nel 1848-1849. Alcuni di essi accettano di diventare piemontesi e lavorano all'interno della macchina governativa per italianizzarla; altri non riescono ad abituarsi alla mentalità, al modo di vivere, all'ordine, alla pignoleria dei subalpini, ma trovano più rispondenza nel Re, insofferente anch'esso delle regole e del monotono vivere quotidiano. Quando possono arrivare ad incontrarlo ne sono incantati per la sua spavalda lealtà, per la sua familiarità regale, per il suo piacere di parlare con chi non è ministeriale, al punto da far credere che godesse di poteri maggiori di quelli che effettivamente poteva e vo-