Rassegna storica del Risorgimento
VITTORIO EMANUELE II RE D'ITALIA
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1978
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Vittorio Emanuele II
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leva esercitare. Si stabilisce, cioè, una dicotomia fra il Sovrano e il governo dello Stato sul quale regna, tutta a vantaggio del primo se si parla in termini nazionali.
Vittorio Emanuele, d'altro canto, può permettersi qualche libertà, perché si sente sicuro della devozione dei suoi antichi sudditi, anche della maggior parte di quelli che seguono idee di sinistra; la parola repubblica è quasi ignota in Piemonte e, a poco a poco, vede assottigliarsi i suoi seguaci anche in Liguria. Per questo non diffida di chi si presenta a lui anche se appartiene alle parti politiche più avanzate e diverse. Quasi inconsciamente il Re aiuta Cavour e, forse, diventa italiano prima del suo grande ministro.
Ve una corona più brillante e sublime che non è quella del Piemonte, una corona che non aspetta se non l'uomo abbastanza ardito per concepire il pensiero di cingerla, abbastanza fermo per consecrarsi tutto alla esecuzione di siffatto pensiero, abbastanza virtuoso per non insozzarne lo splendore con intenzioni di bassa tirannide . Vittorio Emanuele non aveva di certo letto queste parole, scritte da Mazzini nella sua lettera a Carlo Alberto del 1831. Forse, però, gli era sorto dentro un pensiero: traggi, come Dio dal caos, un mondo da questi elementi dispersi: riunisci le membra sparte, e pronuncia: È mia tutta e felice.
Bisogna, infine, ricordare che è proprio la parte nazionale dell'opera di Carlo Alberto quella che il figlio crede suo dovere continuare; gli era stato abbastanza vicino, infatti, nel 1848, quando l'azzurro vessillo dei Savoia aveva ceduto il posto a quel tricolore, che il giovane Re difenderà a Vignale.
Vittorio Emanuele ha la volontà tenace di vendicare contro l'Austria la sconfitta di Novara, ma è anche ben deciso a non mettere a repentaglio il Piemonte, come era avvenuto nel 1849. L'antico ministro di Carlo Alberto, Clemente Solaro della Margarita, aveva profetato: perdono anche i fiumi più rigogliosi il superbo nome, confondendosi colle acque del mare; così sarebbe di noi, se si avverasse il gran desiderio , quello, cioè, di creare un solo Stato in Italia. Al Sovrano, più che ad altri, spetta il compito di far sì che la politica nazionale non produca traumi fra gli antichi, fedelissimi sudditi della sua Casa, il cui consenso era, tra l'altro, indispensabile.
Ma una gran parte dei democratici non può aspettare ed ha deciso di premere l'acceleratore quando ha scelto come motto della sua azione Italia e Vittorio Emanuele. È abbastanza logica la conversione del lombardo marchese Giorgio Pallavicino Trivulzio, è clamorosa quella di Daniele Manin, è determinante quella di Garibaldi. A questo punto, siamo intorno al 1858, il Re e il suo grande ministro agiscono sulla stessa linea, ma su piani diversi. Cavour manovra in segreto, attraverso La Farina, i democratici della Società Nazionale; il ministro non ha alcun interesse a smentire il vicepresidente di quella stessa Società, Garibaldi, il quale crede di operare unicamente in nome del Re; non avrebbe mai trattato con un ministro piemontese; indosserà, nel 1859, la divisa sarda perché la ritiene già italiana. Quando le cose saranno assai cambiate, nelle Memorie, ricordando il 1859, Garibaldi scriverà: Dal tempo ch'io m'ero convinto dover l'Italia marciare con Vittorio Emanuele, per liberarsi dal dominio straniero, io ho creduto un dovere sottomettermi agli ordini suoi a qualunque costo, anche facendo tacere la coscienza mia repubblicana. Ho creduto di più, qualunque sia la capacità sua, che l'Italia doveva concederli la dittatura, sinché il suo territorio fosse complettamente sgombro dallo straniero . Sulla spada del Re, del resto, c'era inciso Viva la repubblica .