Rassegna storica del Risorgimento

VITTORIO EMANUELE II RE D'ITALIA
anno <1978>   pagina <266>
immagine non disponibile

266
Emilia Morelli
Ci si può chiedere perché Vittorio Emanuele abbia accettato così facilmente l'alleanza francese che, in fondo, lo poneva in una posizione leggermente infe­riore a quella dell'Imperatore, anche nel campo che riteneva suo, quello militare. Il fatto è che la considerava una fatalità benefica e l'aveva auspicata fin dal dicembre 1851, appena dopo il colpo di Stato, prova, questa del suo notevole acume in politica estera. Qualche volta si devono leggere con sospetto le parole di Giorgio Pallavicino, per il suo gusto del drammatico; non credo, però, che abbia esagerato nella sostanza quando riferisce a Gioberti che il Re gli aveva detto che paventava la reazione in Francia e la inevitabile conseguente alleanza con l'Austria, come una morsa che avrebbe distrutto il Piemonte. Auspicava, in­vece: Oh, se la Francia fosse con noi, anche noi faremmo qualche cosa! L'eser­cito è bene ordinato, ed io mi struggo di combattere. Ora tutto dipende dalla Francia e dal suo presidente. Quest'uomo può salvare e rovinare il mondo. Ch'egli cada, io non lo desidero; cadendo lui i cosacchi ricondurrebbero in Francia Enrico V e il trionfo della reazione sarebbe compiuto . Il concetto è precisato ancora meglio dal Re in una lettera a Collegno dell'8 dicembre nella quale prevede che Luigi Napoleone sarà costretto a fare la guerra per ubriacare la Francia vana e bellicosa, di recente ancora trionfante col suo zio... Quando la guerra sarà dichiarata evviva Deo in excélsis. Se il presidente è forte spero poterla fare con esso .
Tra quella fine del 1851 e il 1859, il principe presidente era divenuto Napo­leone HI, c'era stata di mezzo la guerra di Crimea e il congresso di Parigi, le posizioni si erano chiarite, ma resta il fatto che Vittorio Emanuele aveva previsto quello che Felice Orsini scriverà all'Imperatore alla vigilia della sua esecuzione, nel 1858: Per l'attuale assetto politico dell'Europa sta oggi in poter vostro di fare l'Italia indipendente o di tenerla schiava dell'Austria e di ogni specie di stranieri... Dalla Vostra volontà dipendono il benessere o la infelicità della mia patria . Il cospiratore romagnolo non chiedeva la guerra; Vittorio Emanuele, invece, che l'aveva sempre sperata, la voleva e per questo Cavour non trovò gli ostacoli che temeva neppure di fronte alla necessità di un matrimonio di una Savoia con un Bonaparte..
Sulle capacità strategiche di Vittorio Emanuele si è molto discusso non tanto per il 1859, quando il comando supremo fu francese, ma per il 1866; pare non fossero eccelse, tanto più che non aveva mai studiato a fondo la materia. Nessuno mette in dubbio, invece, il suo sprezzo del pericolo, la sua capacità di buttarsi nella mischia in testa ai suoi uomini. Questo lo avvicinava ai soldati semplici e ai volontari e contribuiva alla creazione del mito, ma non rendeva facili i rapporti con i generali a cominciare da Bava nel '48-'49 per finire a Ci al­dini, allo stesso La Marni ora e persino a Della Rocca.
Vittorio Emanuele non aveva mai saputo quel che aveva preparato il suo grande ministro nell'Italia centrale e le promesse che aveva fatto ai sudditi del Papa e del Granduca alle spalle di Napoleone III; l'armistizio di Villafranca è un colpo violento anche per il Re, ma solo perché allontana nel tempo la conquista del Veneto. Cavour aveva favorito quella che doveva apparire politica personale del Sovrano di apertura verso i democratici, perché entrambi, in questo campo, non volevano commettere gli errori del '48; aveva avuto scontri con Vittorio Emanuele soprattutto su problemi di carattere personale i rapporti e l'even­tuale matrimonio con Rosa Vercellana, gli intrighi di Rattazzi ma aveva avuto tutto l'interesse a mettere in risalto la volontà politica italiana del Re. Il quale