Rassegna storica del Risorgimento
VITTORIO EMANUELE II RE D'ITALIA
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1978
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Vittorio Emanuele II
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non crede di commettere un atto incostituzionale acconsentendo, senza avvertire il Governo, all'armistizio, del quale, forse, non misurò la drammatica importanza. Di qui lo scontro violento fra i due e l'allontanamento del conte dal governo; di qui, paradossalmente, la spinta irresistibile degli Italiani verso il Re, considerato la prima vittima delle macchinazioni del suo ministro.
La cosa era politicamente ingiusta, ma praticamente utile, per non disperdere quel tesoro di energie che si erano sprigionate nell'opinione pubblica di tutta Italia e rischiavano di svanire nel nulla, come era accaduto quando si erano fidate della forza unificatrice di Pio IX.
Che il rischio fosse grave lo si vide durante il debole ministero La Marmora-Rattazzi, quando la grande politica rischiò di impantanarsi nell'intrigo. Poi, di nuovo, un respiro diverso col ritorno di Cavour nel gennaio del 1860, anche se in quegli stessi giorni il repubblicano irriducibile Agostino Bertani scriveva: Garibaldi ha assolutamente in mano il popolo d'Italia ed il Re ; anche se l'eroe di Roma mazziniana, non ancora convertito, Giacomo Medici, scriveva: Garibaldi e i suoi furono dal governo piemontese e sue dipendenze pessimamente trattati; unico il Re fu con Garibaldi sempre pieno di simpatia ed amicizia >.
Ih questo clima si attuò la spedizione dei Mille; dopo la liberazione del Mezzogiorno, il duce trionfatore chiese la testa di Cavour, ma consegnò il frutto delle sue vittorie a Vittorio Emanuele II.
Il Re potè misurare la forza della sua popolarità in quello scorcio del 1860, durante il suo soggiorno a Napoli; è uno dei momenti di verifica della saldezza del mito unificatore che egli impersonava. Non era facile sostituire, nel cuore dei napoletani, Ferdinando II! Non era facile stare ai di sopra degli intrighi che avvenivano sotto i suoi occhi, mentre Gaeta resisteva.
Meno sensibile ai problemi strutturali, immensi, che il governo doveva affrontare dopo il 1861 e la morte di Cavour, Vittorio Emanuele sente, invece, soprattutto l'ansia di portare a termine al più presto l'unificazione. Teme, forse, di non arrivare in tempo ad assolvere completamente il compito assegnatogli da suo padre e di dovere, anch'egli, lasciare una pesante eredità al figlio.
Il Veneto è in cima ai suoi pensieri. È convinto che si debba, in primo luogo, risolvere il problema del confine orientale per chiudere la partita con Vienna; poi si sarebbe pensato alla capitale acclamata dal Parlamento subito dopo la sua assunzione del titolo di Re d'Italia per grazia di Dio e volontà della nazione.
Per ottenere il suo scopo, il Re crede di poter continuare i contatti con le forze irregolari, che avevano dato frutti tanto vistosi nel decennio precedente. I tempi e gli uomini, però, sono cambiati. Molti degli interlocutori validi di ieri, entrati in parlamento, hanno rinunciato a cospirare; Garibaldi guarda a Roma e si sente tradito dal Re sia ad Aspromonte, sia a Mentana. Ecco comparire per interposta persona Mazzini. I primi approcci erano avvenuti attraverso il conte Grilenzoni e riguardavano la capitale: non avevano avuto seguito. Ora si tratta, invece, del grande disegno di liberare il Veneto facendo sollevare, con gli Italiani, anche gli altri popoli soggetti all'Austria. Il programma arride a Vittorio Emanuele, forse illuso, come Mazzini, che al di là delle Alpi esistano spinte simili a quelle che avevano sorretto la lotta dei Lombardi e sorreggevano le speranze dei Veneti. Le trattative, però, non hanno possibilità di giungere in porto,