Rassegna storica del Risorgimento
VITTORIO EMANUELE II RE D'ITALIA
anno
<
1978
>
pagina
<
268
>
268
Emilia Morelli
anche perché Mazzini parla da potenza a potenza, non è facilmente manovrabile, non subisce il fascino del Re. Pretende assoluta libertà d'azione in un perìodo nel quale sta faticosamente tessendo la tela intransigentemente repubblicana, tela che si era logorata proprio a causa del motto Italia e Vittorio Emanuele . Ed il Re, pur disposto alle maggiori aperture, non può e, soprattutto, non vuole, come non ha mai voluto, lasciare l'iniziativa in mani diverse dalle sue.
Per Roma la situazione è completamente diversa, non solo per le sue implicazioni religiose. È di grande impaccio quel sentimento di riconoscente amicizia che Vittorio Emanuele sente per Napoleone HI; non solo, ma lo ha scritto Chabod: stella polare verso cui il Re drizzava lo sguardo per orientarsi nel* l'intrico dei problemi europei, era sempre l'amico Napoleone IH >. Anche a Grilenzoni, Vittorio Emanuele aveva detto nel 1861: Non ci vogliono impazienze, perché non posso attaccar briga colla Francia... L'imperatore, vedete, ha impegnato la sua parola col Papa e non vuole mancarvi . Esisteva, cioè, un'insormontabile realtà, sia politica, sia sentimentale, che provocherà, infatti, la condanna senza ripensamenti nonostante le interpretazioni della parte avversa che pensava al 1860 delle spedizioni del 1862 e del 1867. Vittorio Emanuele non aveva forse scritto a Cavour, fin dal dicembre del 1860 da Napoli, che il ministero doveva avere mente calma e forza... onde impedire imprudenze e scellerate mene guidate dalla quintessenza di quei tali che ho creduto di dovere adoperare per il passato per la causa comune? . Con una punta di irriconoscenza vedeva, fin da allora, Garibaldi portare il suo nome come sostegno a imprese impossibili, che in quel momento sarebbero state a favore dell'Ungheria e, insieme, pensava al futuro, al compimento dell'unità. Tutti, ministero e monarca, si erano cacciati in un bell'imbroglio: se disapproviamo diceva nella stessa lettera sacrifichiamo loro e per noi l'aiuto dell'avvenire; se non si disapprova, bisogna prender parte prima del tempo ; si deve, cioè, far guerra all'Austria.
Quando Minghetti si decide a trattare direttamente con Parigi la questione di Roma, nel 1864, il Re tenta in ogni modo, anche facendo appello personalmente a Napoleone IH, di evitare lo spostamento della capitale a Firenze. Sa che la sua repugnanza è condivisa da tutti i subalpini. Per questo sarà posto di fronte al fatto compiuto, soprattutto per i tempi brevi in cui avrebbe dovuto avvenire il trasloco, senza preparazione psicologica. Fortuna costituzionale volle che Torino si mettesse dalla parte del torto insorgendo. Il Re si sentì personalmente offeso, anche se aveva previsto la reazione della sua città natale; parti per Firenze e, prima di tornare, pretese scuse ufficiali.
Dopo il 1861, i rapporti con i governi erano stati qualche volta difficili, qualche volta burrascosi. Il Re si era servito della prerogativa che gli concedeva lo Statuto di nominare e revocare i ministri e non sempre le sue scelte erano state felici. Bisogna dargli atto, però, che senti giunto il momento di cambiare rotta in politica interna, così come la si stava per mutare radicalmente in politica estera con quei viaggi a Vienna e a Berlino, che non gli erano stati facili, dopo tutta una vita nella quale aveva sognata e realizzata l'indipendenza. Aveva insistito inutilmente perché Minghetti imbarcasse Depretis tra i ministri dell'ultimo governo di Destra, non esitò, quindi, un istante ad affidargli le supreme responsabilità del 1876. Anche in questo caso un Re costituzionale avrebbe dovuto rimandare il governo alla Camera, date le circostanze nelle quali era venuta meno la maggioranza. Aveva forse previsto che le cose nel paese non sarebbero