Rassegna storica del Risorgimento

<> 1836-1846; GIORNALI TRIESTE 1830-1846; TRIESTE
anno <1978>   pagina <271>
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La Favilla di Trieste
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della città, deciso a custodire gelosamente una autonomia che vedeva celebrata nella fantasiosa Ristoria barocca di Trieste che pochi anni prima un modesto frate, p. Ireneo della Croce, aveva pubblicato a spese del Comune. Si temevi che, mettendo in mani estranee le possibilità di sviluppo dell'economia locale, si finisse per alimentare una forza che ben presto sarebbe entrata in opposizione con la società tradizionale ed i suoi privilegi.
Ma c'era pure chi, tra i patrizi, si accorgeva che qualcosa doveva neces­sariamente mutare e cercava di inserirsi nel processo di rinnovamento per non esserne tagliato fuori, anzi per riuscire a controllarlo e per ricondurlo negli schemi tradizionali: la Compagnia Orientale aveva richiamato da altre parti maestranze specializzate, ma anche elementi locali si erano rivolti ai nuovi me­stieri sottraendosi al controllo ed alla stessa mentalità municipale. Lo strumento del mercantilismo, però, che aveva scoraggiato l'afflusso di altri capitali, non era riuscito nel suo scopo ed era fallito: lo stesso Imperatore era tuttavia suben­trato direttamente nei poteri giurisdizionali vantati dalla Compagnia sui terreni che questa aveva acquistato, e andava via via regolando, in modo autonomo rispetto agli Statuti municipali, la vita giuridica ed economica di quel nuovo Borgo che stava sorgendo oltre la cinta daziaria... Cittadini e borghigiani si fronteggiavano, ma alla orgogliosa povertà degli uni corrispondeva ancora la debolezza degli altri, la fragile economia, la casualità delle attività mercantili, la mancanza di capitali. I vecchi patrizi triestini, o meglio alcuni di essi, pote­vano ancora sperare di riuscire a riprendere il controllo della vita cittadina: rivolgevano al Sovrano delle richieste che avevano proprio questo significato. Ma i tempi stavano veramente mutando.
Con Maria Teresa, la politica legislativa asburgica abbandona infatti deci­samente la via dei tentativi riformistici avventurosi e sporadici e si volge ad una vasta opera organica di razionalizzazione ed accentramento amministra­tivo della struttura statale che travolge le resistenze opposte dai corpi intermedi svuotandone gli ordinamenti, anche se non ne cancella sempre la formale esi­stenza. Così accade anche a Trieste, e il Municipio resta vuota forma: le riforme teresiane garantiscono la separazione dei poteri politici da quelli giurisdizionali e segnano la fine di antichi privilegi grazie alla trasposizione, a livello locale, di organi imperiali che fondono e riassumono le competenze dei vecchi istituti medioevali. Quando il nuovo Borgo è incorporato alla città, i poteri giurisdizio­nali di questa di fatto non esistono già più, come non conta più nulla ormai la sua classe dirigente: forti dell'appoggio imperiale i novelli , che dal 1755 si raccolgono nella Borsa mercantile, prevalgono in ogni attività economica, mentre la legislazione asburgica, che nel '66 estende la prerogativa del Porto-franco all'intera citta, tende a vincolare l'Emporio e l'amministrazione cittadina, ormai unificata, alla politica centrale. Nel '76 Trieste, che assume l'onore provin­ciale (di provincia-emporio >) è ormai retta in tutto da organi imperiali. Se il tumultuoso riformismo giuseppino accentua le linee di questa politica del Go­verno centrale e va ancora oltre sulla via dell'integrazione e dell'accentramento, la più prudente azione di governo leopoldina riconduce poi lo sviluppo della città sui binari già segnati dalla precedente legislazione teresiana: parte ormai essenziale di una politica di riorganizzazione e modernizzazione delle strutture di un grande Stato Trieste è l'emporio ed il porto dell'Impero asburgico.
La legislazione napoleonica, che viene estesa sulla città occupata, fa cadere definitivamente i rami secchi delle vecchie istituzioni medioevali che, pur svuo­tate di contenuto, erano ancora rimaste in vita: cade cosi anche l'antico Consi-