Rassegna storica del Risorgimento

<> 1836-1846; GIORNALI TRIESTE 1830-1846; TRIESTE
anno <1978>   pagina <272>
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272 Giorgio Negrelli
glio dei Patrizi e quando dopo cinque anni, nel 1813, si riprende Trieste, l'Austria metternichiana non intende certo ridar vita a ciò che si oppone alla sua stessa concezione da Stato moderno.
C'è a Trieste qualcuno che lo spera, come Domenico Rossetti, che vuole il ripristino dello status quo ante, e si fa campione della restaurazione del Comune patrizio ricollegando al mitico atto di dedizione agli Asburgo del 1382 tutta la storia costituzionale di Trieste, in una ricostruzione tutta personale che assicura alla città quasi un diritto di Stato di fronte all'Austria e la inserisce in un sistema di privilegi che conserva ai rapporti tra Comune e Impero il carattere bilaterale di una negoziazione privatistica, produttrice di una reciprocità di diritti e doveri tra i due soggetti. Il Governo centrale concede molto meno, ed anche questo molto lentamente.
Al suo ritorno, l'Austria aveva riconcesso il solo privilegio del Portofranco, incorporando amministrativamente la città nella provincia del Litorale di un nominale Regno dTlliria e sottoponendola a un I.R. Magistrato politico-econo­mico, mero organo esecutivo del governo provinciale. Poi, nel '26, aveva accor­dato alla città un embrione di vita comunale con l'istituzione di una deputa-zione dì cittadini, che esercitava funzioni di carattere consultivo. Solo nel '38 Trieste avrebbe riottenuto una sua rappresentanza municipale (che sarebbe stata presieduta da Rossetti): Ferdinando I avrebbe posto accanto al Magistrato 40 cittadini, scelti per tre quarti fra i commercianti, i proprietari e gli industriali e per il residuo tra coloro che si distinguevano per merito o per cultura. Sarebbe stato anche questo un prodotto tipico dell'accentramento amministrativo, una di quelle rappresentanze consultive locali che erano proprie del sistema met-ternichiano, con il solo potere positivo dell'esame dei bilanci; ma sarebbe stata pure l'utile tribuna dalla quale il nuovo ceto dirigente triestino avrebbe potuto far sentire la sua voce, sia verso il popolo che verso il Governo: aveva nelle sue mani il potere reale ma voleva ormai anche il riconoscimento giuridico della sua posizione di preminenza.
Quel ceto dirigente, moderno, spregiudicato, abilissimo traeva le sue ori­gini anch'esso dalla politica teresiana: è il ceto dei mercanti che già si racco­glievano nella Borsa, ma che ora è aumentato di livello, di potenza; che, entro certi limiti, ha mutato anche la sua stessa attività economica.
Fin dall'epoca di Maria Teresa, d'altra parte, la Borsa, elemento della po­litica mercantilistica governativa, assume un ruolo centrale nella vita cittadina divenendo essa la sede reale del potere locale.
Esautorato il Municipio, dissolto il potere economico e politico dell'antico Patriziato, la politica razionalizzati-i ce ed accentratrice degli Asburgo pare aver vinto ormai la sua partita. L'apparato dei nuovi privilegi con cui il Governo ha circondato l'area della libera concorrenza economica, proteggendo l'ascesa dei nuovi ceti commerciali, ha spazzato via la vecchia classe dirigente sostituendola con una nuova, completamente estranea alla tradizione storica della città. Anche la lingua cambia: non è più l'antica parlata ladina, ad essa si sostituisce grada­tamente e spontaneamente quella veneta, la lingua dei traffici.
E la politica asburgica, specie con Giuseppe II, procede oltre: si rivolge anche ai ceti più bassi, indigeni od immigrati, cercando di accostarli ad una più aperta visione della vita civile e dello Stato. Da ciò lo sforzo per una riorga­nizzazione delle strutture assistenziali tradizionali di tipo caritativo alla luce di una nuova concezione dell'amministrazione della giustizia ispirata a criteri di uguaglianza; da ciò la ristrutturazione dell'istruzione elementare (le Normai' schulen del 1774) in cui la didattica razionalista, attraverso nuovi metodi d'inse-