Rassegna storica del Risorgimento
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> 1836-1846; GIORNALI TRIESTE 1830-1846; TRIESTE
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1978
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La Favilla di Trieste
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gnamento e l'uso della lingua tedesca, tende a favorire nei giovani l'acquisizione di una vivace intelligenza critica, laica e nazionale (almeno nel senso del patriottismo dinastico).
Ma lo eforzo operato dall'assolutismo illuminato, per diffondere un nuovo spirito pubblico contro le remore del particolarismo, non riesce al suo scopo: manca a quella politica la partecipazione attiva, l'appoggio della borghesia locale, che non vede di buon occhio l'elevazione di altri ceti, probabili concorrenti futuri; e la spinta statale non riesce da sola a sollevarsi al di la della sterile dimensione filantropica, non riesce a sottrarre i giovani alle antiche scuole triviali .... non riesce a rivolgere la mentalità popolare, se non ad una più moderna visione, almeno ad un più ampio sentimento dello Stato.
E la Borsa, ormai, che si oppone ai tentativi di liberalizzazione proposti da Vienna: vuole regolare lei l'attività del mercato locale. Ed ostacola perciò ogni iniziativa economica che potrebbe intaccare le posizioni di preminenza dei grossi negozianti in essa rappresentati: un ceto sociale che ha raggiunto il potere economico protetto, sorretto dal Governo, si rivolta ormai contro di questo, da forza ausiliaria, da strumento della politica centrale contro il particolarismo, diventa forza ad essa concorrente, nuova e ben più solida resistenza alla sua spinta unificatrice. Alla fine del XVIII Secolo, l'Impero può contare su un porto che sta già superando Venezia e si avvia verso traguardi di livello mondiale: grande successo economico, la nuova Trieste è tuttavia un grosso scacco per la politica della Monarchia, rivolta al consolidamento dello Stato secondo la logica del moderno accentramento.
Lo sviluppo economico triestino non si svolge con un ritmo disordinato: l'appariscente bellum omnium della libera concorrenza si arresta a livelli modesti di attività economica, è questo il luogo delle effimere fortune e dei repentini fallimenti; al di sopra vige l'ordine, la suddivisione dei settori di competenza. L'economia triestina risponde a sue interne regole che, molto più della legislazione asburgica, servono ad indirizzarne lo sviluppo: sono le regole dettate dal nnovo ceto dirigente, quello che si ritrova, appunto, nella Borsa. Un gruppo di famiglie che, variamente collegate l'una all'altra, dominano il commercio e si avviano a nuove, redditizie iniziative nel campo delle assicurazioni marittime; che, sfruttando le norme, liberalizzatrici da una parte e protezioniste dall'altra, poste in essere dagli organi centrali per lo sviluppo dell'Emporio, si sono garantite quelle posizioni di preminenza che le consentono di controllare il movimento economico della città. Si tratta di gente venuta dall'Italia come dall'Inghilterra o dalla Francia, dalla Germania come dalla Svizzera o dall'Olanda; greci ed armeni, israeliti (specie italiani) e protestanti: i loro nomi si intrecciano e si ritrovano nelle maggiori attività economiche, le loro ricchezze aumentano e, con esse, la loro potenza.
Era stata la politica teresiana a richiamare a Trieste quegli uomini di nazionalità diversa: l'Emporio aveva bisogno di capitali, e l'Imperatrice aveva fatto di Trieste un'isola della tolleranza religiosa. Stanchi delle loro peregrinazioni, greci, israeliti, protestanti furono felici di fermarsi in una città dove, senza rinunciare alla loro nazionalità, potevano erigere un tempio in cui celebrare i propri riti, aprire una scuola dove studiare nella propria lingua, organizzarsi addirittura in autonome comunità.
Erano così sorte, nel corso del '700, le nazioni: l'Israelita, la Greca, l'Illirica, l'Armena (poi decaduta) e, accanto ad esse, si erano stabilite altre comunità dotate di particolare autonomia, di protestanti svizzeri, tedeschi... Nel tessuto sociale e politico triestino si erano dunque formati dei nuovi corpi intermedi,
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