Rassegna storica del Risorgimento

<> 1836-1846; GIORNALI TRIESTE 1830-1846; TRIESTE
anno <1978>   pagina <276>
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276 Giorgio Negrelli
cenno, per poter trovare, accanto a quella impiegatizia, una piccola borghesia intellettuale capace di coinvolgere le altre classi sociali in un medesimo modello culturale: una piccola borghesia che risponde al richiamo della ricca fornendole gli strumenti che le mancano per compiere il suo sforzo egemonico sull'intera società triestina. Letterati ed artisti, consapevolmente o no, sono legati al gruppo dominante di cui ornano i palazzi o educano la prole. Tra gli stessi redattori della Favilla, il solo Orlatidini può dirsi un vero indipendente : DalTOngaro arriva a Trieste a far da precettore ai ricchi, Valussi è strettamente vincolato al Lloyd , lo stesso Madonizza inizia la sua breve stagione di avvocato a Trieste appoggiandosi a G. B. Rosmini, tra i fondatori delle Generali , Gazzoletti lavora nello studio del consulente legale della Borsa, F. M. Burger... È questa piccola borghesia colta, aperta, liberale, di cultura e tradizioni venete, che dopo Campoformio non trova più un confine di Stato a dissuaderla da un af­flusso verso Trieste, che può mostrarsi capace di realizzare quell'autorappre-sentazione alla quale la ricca borghesia triestina aspira.
È una cultura d'importazione; come tutto, d'altra parte, a Trieste. Ciò che di meglio era finora riuscita a creare la nuova città era un nuovo municipali­smo, quello rossettiano: il mondo intellettuale, l'opera di un A. de Giuliani re­stano l'esperienza isolata, individuale di un uomo che è sì triestino di nascita, ma viennese di elezione e cittadino d'Europa o quanto meno di tutto il vasto Impero d'Austria per esperienze, influenze e vocazione spirituale.
Non c'era dunque che l'opera di Rossetti: bastava ad appagare forse le aspi­razioni di quei negozianti triestini che, arricchitisi, si potevano accontentare di dar corpo al mecenatismo di un nuovo patriziato che non contasse di estendere la propria potenza ed influenza al di là dei confini cittadini, o tutt'al più delle vicine terre istriane (è l'ideologia che percorre le Lettere municipali di Rossetti). Ma è una cultura che così ha già fissato i propri limiti a precisata la sua identità: rivolta al locale, lo carica di valori anche morali. Lo esalta e cerca di nobilitarlo volgendosi alla celebrazione della sua storia: non può riuscire che ad un freddo archeologismo, angusto come povera, angusta è la storia della vecchia Trieste. Peggio: classe nuova, patriziato nuovo, il modello politico che preferisce è quello che assicura la prevalenza attraverso la separazione, della propria dalle altre classi.
Rossetti stesso lo descrive minutamente (Dello scibile e del suo insegna-mento) assegnando, in una città regolata dalla disparità armonica , è natu­rale degli ordini sociali , una posizione di sicuro e netto privilegiamento agli ottimati; ad una nuova nobiltà municipale di cui egli stesso si sente di far parte, ma che è ancora troppo recente, troppo debole per potersi permettere di sopportare pericolose contaminazioni, scomode commistioni con altri gruppi, provenienti in realtà dalla stessa radice, dalla sua stessa classe sociale. Nel suo progetto, Rossetti voleva forse riportare alla situazione di Trieste un modello politico-costituzionale diffuso nella cultura romantica austriaca: quello di una standische Verfassung che in verità cozzava direttamente proprio contro le aspi­razioni della moderna borghesia, che mirava invece a distruggere barriere, pri­vilegi, disparità tradizionali, proponendosi quale vera classe generale, capace di coinvolgere nella sua azione le energie scaturenti dall'intera società. Ed era appunto questa, la borghesia, la classe che già dominava la società triestina del
tempo.
Il nuovo, più ampio respiro proprio della cultura veneta è ciò di cui a Trieste si sente il bisogno: è la sua apertura ai grandi temi dell'arte e della scienza contemporanea ciò che può appagare le esigenze della borghesia commer-