Rassegna storica del Risorgimento

<> 1836-1846; GIORNALI TRIESTE 1830-1846; TRIESTE
anno <1978>   pagina <277>
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La Favilla di Trieste
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fiale e finanziaria. È il suo stesso collegamento ad una particolare cultura nazio­nale ciò che quasi paradossalmente conta per il ceto dirìgente erede delle settecentesche nazioni.
Plurinazionale, la classe dirigente di una città posta ai confini tra il mondo slavo, il tedesco e l'italiano, deve presentarsi ormai unita da motivi di coesione ulteriori a quelli degli interessi economici, un motivo di unione culturale, o nazionale in senso culturale, ed un motivo d'unione politico: motivi di unione cne possano ripercuotersi all'interno dell'intera società, che possano coinvolgerla riuscendo a trovare in essa rispondenza, a dare ad essa una possibilità di auto­identificazione.
Si va precisando allora il concetto di una nazionalità politica particolare, quello della nazione triestina , capace di ricomprendere e unificare le esigenze di una società dove la mescolanza di riti, di lingue, d'abiti e di costumi, come non nuoce al buon ordine e alla lealtà de' commerci così non dovrebbe turbar la concordia degli animi, anzi prepararli a quella funzione che è lecito di sperare quandochessia .2* La nazione triestina richiama ricordi lontani di una pas­sata tradizione municipalistica, che l'opera di Rossetti ha recentemente tratto dall'oblio; ma è un concetto all'ombra del quale la borghesia commerciale e finanziaria può sperare di estendere la sua egemonia sull'intera società triestina, perché lungi dal restringerlo accentua il carattere plurinazionale, tendenzialmente cosmopolitico della sua essenza. È uno strumento di opposizione al burocratismo accentratore dell'Austria metternichiana, è una strada aperta per l'incontro con i popoli (e i mercati) diversi, italiani tedeschi greci illirici, da cui i cittadini della nuova Trieste traggono le loro origini: è immagine che piace, e se ne impadro­nisce la fantasia popolare che la vede raffigurata in un sole che scioglie il pupazzo di neve della germanizzazione, sulle diffuse carte da gioco incise da Bartolomeo Mengotti, un fabbricante-artista collegato al gruppo della Favilla,
L'elemento preponderante tuttavia, così (almeno per lingua) nel gruppo dirigente come nell'intera città, è certamente l'italiano: se quello di nazione triestina aspira a diventare un preciso concetto politico, e darà luogo in un futuro non lontano ad affermazioni di stampo autonomistico, federalistico, alla pretesa del riconoscimento di un vero e proprio Staatsrecht di Trieste, la nazio­nalità in senso culturale in cui in questi anni la città va rapidamente ricono­scendosi è indubbiamente quella italiana. Ma non pnò, non deve trattarsi di una cultura che si chiuda in se stessa, a coltivare le sue glorie passate e a preser­varsi dai contagi stranieri: deve arricchirsi delle esperienze diverse, misurarsi con le altre culture e trar vigore, alimento da tale incontro. Il cosmopolitismo del ceto dirigente può far propria l'affermazione della cultura nazionale italiana di Trieste non solo in quanto la riconosce capace di sottrarlo alle strettoie del germanismo burocratizzante metternichiano, ma anche in quanto essa mostra di essere in grado di uscire dalle secche del municipalismo.
I concetti di nazionalità politica e nazionalità culturale si presentano dun­que scissi nella società triestina, e tali resteranno ancora per lungo tempo. Nel vicino '48 quegli stessi favillatori che sentiranno fortemente il richiamo di un'Italia che aspira a costituirsi in Stato nazionale, che abbandoneranno la città per affermare nella penisola la necessità di una saldatura tra il concetto cul­turale e quello politico della nazione, a proposito di Trieste confermeranno invece la naturalità di tale scissione. Francesco Dall'Ongaro, il bardo della Re
2) La Favilla, 17 maggio 1846.