Rassegna storica del Risorgimento
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> 1836-1846; GIORNALI TRIESTE 1830-1846; TRIESTE
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1978
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279
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<c La Favilla di Trieste
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didatta, libraio per tradizione di famiglia Giovanni Ori andini e soprattutto il solido, concreto, politico per naturale sensibilità, avvocato Antonio Ma-donizza, divenuta una seria realtà culturale grazie all'intervento di due giornalisti di razza come Francesco DalTOngaro e, specialmente, Pacifico Valussi, la Favilla finisce per entrare nell'ambito e in ultimo per essere assorbita da quel forte gruppo politico ed economico che ormai pretende di esercitare la rappresentanza totalitaria degli interessi della società triestina.
Tutto ciò è naturale, solo che si ponga attenzione al fatto, per un verso, che la classe dirigente triestina, già solidamente organizzata in senso capitalistico, rappresenta una delle punte più avanzate e più forti della borghesia liberale dell'intero Impero asburgico: e si pensi pure alla fortuna politica di non pochi dei suoi nomini migliori nell'Austria post-metternichiana (nell'atmosfera quarantottesca G. Hagenaner diviene Vicepresidente della Costituente; C. L. Bruck ed E. Schwarzer sono presto Ministri, mentre F. M. Burger è nominato Luogotenente di Milano, e più tardi diverrà Ministro anche lui). Per altro verso, non si può neppure negare l'intrinseca validità ed importanza della Favilla, che delle riviste italiane del periodo è certamente tra le migliori, soprattutto in rapporto alla sua capacità di esprimere un modello culturale che celebra proprio i valori di quella società piccolo e medio-borghese sulla quale l'alta borghesia finanziaria vuole estendere la propria egemonia: l'opera svolta dalla Favilla per cementare quella società, per fornirle dei modelli di autoidentificazione, per renderla compatta in una stessa mentalità di fondo, se non proprio in un'ideologia, è certamente rilevante.
La capacità di evocare i valori e le idealità della civiltà borghese anche a fini di coesione sociale si avverte con estrema evidenza proprio dal momento in cui, con la direzione di Dall'Ongaro prima, e con quella di Valussi poi, la rivista acquista una dignità d'espressione ed uno spazio di livello nazionale: è connessa alla stessa concezione, che emerge chiarita e cosciente fin dalla III e specie dalla IV annata, della funzione attribuita al giornale. Di farsi cioè educatore, e perciò suscitatore di opere belle e di energie morali, non solo attraverso la azione della critica e della saggistica, ma anche per mezzo di una letteratura popolare che si colleghi all'istinto poetico (diffuso sempre, in forma di sentimento >) del popolo >, e che sia fonte di idealità ed entusiasmi capaci di vincolare, di unire intimamente la società. Ed ecco allora i racconti storici e le novelle, le poesie (dedicate soprattutto alle donne , che intendono la poesia più degli uomini ) che con il loro ispirato linguaggio presentano le verità che sono troppo dure per essere descritte in prosa obbliquamente prendendo per interprete il cuore: si tratta dunque di ideare un fatto ipotetico preso da' nostri costumi e dalle nostre abitudini, e trarne o lasciar trarre a' lettori quelle facili applicazioni che giovano alla morale e alla vera civiltà .4)
Nel congedarsi dai lettori, nell'ultimo numero della Favilla, Dall'Ongaro non può nascondere la propria secreta ed intima compiacenza considerando il successo che nel pubblico ebbero i palpiti, le sofferenze e gli amori delle sue Rose, delle sue Margherite, delle sue Luise: adulteri e grandi azioni generose, peccati di passione e riabilitazioni di perle delle macerie; tutti questi esperimenti di romanzo o racconto popolare non nascondono mai, anzi esaltano il loro fine didascalico. Non traboccano d'inventiva e fantasia e la scarna tavolozza del loro autore non riesce a fissare quella varietà d'immagini, di carat-
4) Premessa redazionale alla VHI annata.