Rassegna storica del Risorgimento
VALERI NINO
anno
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1978
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pagina
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Nino Valeri
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smarrito a quel primo scontro con la scienza universitaria: ma presto, già alle prime prove concrete di ricerca, imparava a intenderne la fecondità. Per non parlare di quegli studenti del Magistero di Roma che all'inizio del corso si sentirono enunciare, come prima regola del metodo, quella di non credere una sola parola di ciò che dico io... .
Una formazione di questo tipo doveva condurre Valeri a guardare nella storia, anzitutto, le personalità creative e un po' anarchiche, svincolate da ogni contesto morale e sociale: donde il suo appassionamento, in un primo tempo, per un così caratteristico condottiero come Facino Cane o per quel grandissimo fra i signori del Rinascimento, e tra i fondatori di Stati come opera d'arte, che fu Ciangaleazzo Visconti. Ma all'uomo civile e raffinato che èra Valeri la bruta lotta per la potenza e la sfrenata avidità di vivere apparivano subito nel loro intreccio con le superiori esigenze della ragione e della moralità, che erano poi le esigenze della vita collettiva e della comune umanità: e in questo nesso il Valeri intellettuale e individualista cercava di ritrovare un suo contatto con gli uomini veri e dunque una sua dimensione di democrazia. Perciò la spinta viscontea alla conquista del predominio nella penisola veniva collocata nel grande duello con le ragioni della libertà sostenute dalla repubblica fiorentina; e la personalità che per Valeri assommava virtù demiurgiche e visioni più larghe, aperte alle ragioni della collettività e all'urgenza etica di far posto anche alle lotte del mondo degli umili, finiva per essere il cuneese Giovanni Giolitti, venuto da un angolo del solido Piemonte COBI ammirato dallo storico veneto. Il rapporto di Valeri con Giolitti fu, si può dire, al centro della sua attività di studioso in tutto il periodo della maturità intellettuale; e nelle indagini sulla età giolittiana consiste l'apporto certamente decisivo ch'egli diede allo sviluppo degli studi di storia contemporanea nel nostro paese.
Nei tratti fondamentali, il Giolitti di Valeri fu quello già delineato nella interpretazione crociana. Egli ne accentuò tuttavia certi tratti empirici e prosaici, anticipati da alcuni esponenti della cultura politica piemontese del primo Novecento, ma da lui tradotti in concrete analisi e ricostruzioni dell'opera dello statista nei suoi momenti più importanti e nelle sue tecniche specifiche. Valeri fu, con Luigi Salvatorelli, il maggior protagonista di quella sorta di apologetica giolittiana che per un quarto di secolo ha dominato la nostra storiografìa. in fondo, tutto lo attirava nell'uomo di Dronero: simbolo incarnato dell'antieroe, si contrapponeva alle tentazioni dannunziane così avvertite da Valeri; lo stile di vita e la prosa asciutta e antiletteraria venivano incontro ai gusti antiretorici dell'artista e dell'irregolare; l'uomo moderno, autore della più audace operazione politica fino allora tentata per l'inserimento della classe operaia nello Stato grazie al metodo della libertà, faceva appello a tutti gli ideali e a tutte le ingenuità dell'uomo Valeri. Per non parlare del nascosto compiacimento con cui egli guardava agli aspetti antiborghesi della politica giolittiana, così congeniali all'avversione per i ricchi e i potenti che si agitava in fondo all'animo dell'anziano bohémien. In questa direzione Valeri diede il contributo di una capacità di analisi politica di non comune lucidità, accompagnata da una spregiudicata fermezza ed essenzialità di principi: conferendo alle sue tesi anche la forza persuasiva di uno stile incisivo, commisto di sobrietà e di efficacia, che fa di Valeri certamente lo scrittore più vero fra gli storici della sua generazione.
I tempi adesso sono cambiati, l'apologetica giolittiana è in ribasso, e dunque anche le posizioni sostenute da Valeri sono oggetto di attenta discussione. Pare evidente ch'egli portasse una dose eccessiva di ottimismo nel suo giudizio sui