Rassegna storica del Risorgimento

RIVOLUZIONE RUSSA 1917; ROMEI LONGHENA GIOVANNI
anno <1979>   pagina <188>
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188 Antonella F. M. Biaginl
Era rilevando questa intima contraddizione della vita e dell'attività del governo provvisorio che l'ufficiale italiano mostrava maggiormente i propri limiti di osservatore. Attento e sensibile a quelli che erano i mali e i guasti dell'ammini­strazione zarista e del governo autocratico, non poteva tuttavia comprendere appieno la reale situazione interna della Russia preoccupato, in quanto rappre-sentante di una nazione alleata, essenzialmente dei riflessi che la propaganda per la fine della guerra poteva avere sull'economia generale del conflitto. Traspare tuttavia, dalle sue parole fortemente critiche nei confronti dell'operato del soviet, la percezione della grandiosa lotta politica e sociale che si andava svolgendo e che riferita all'esercito si incentrava sull'intento della duma a proseguire la guerra mentre da parte dei consigli degli operai e dei soldati si faceva sempre più pressante la richiesta di una fine immediata:
sentirono [i consigli degli operai e dei soldati] il bisogno impellente di liquidare al più presto il grave fardello della guerra. E dimenticando o fingendo di dimenticare che di fronte all'esercito russo vi era una minaccia, non solo per la patria, ma anche per l'agognata libertà, assai più incalzante e temibile che una possibile reazione, iniziarono fra le truppe quella disastrosa propaganda pacifista e quella dissolvente pioggia di proclami incendiari che crea­rono l'attuale disgregazione della compagine morale e materiale dell'esercito russo... Parai lelamente il consiglio dei deputati operai e soldati fisso e adottò per la classe operaia la giornata lavorativa di otto ore senza tener conto delle esigenze straordinarie del tempo di guerra, impose aumenti fantastici, licenziò direttori, ingegneri e capi-tecnici invisi alla massa operaia.3')
In pratica i ministri del governo provvisorio non potevano governare senza l'ap­provazione dei consigli e durante questa prima fase del dualismo dei poteri il governo fu costretto a cedere sulla disciplina militare, aderendo alla formazione dei comitati di ufficiali e soldati per ogni reparto al fronte, sulla eliminazione dei granduchi dal servizio militare e sull'allontanamento di una ventina di generali e di tutti i funzionari più in vista dell'antico regime.
Fin dal 1 marzo la rivoluzione si era estesa per tutta la Russia senza incontrare eccessivi ostacoli, ovunque le autorità avevano ceduto precipitosa­mente il campo consegnando la gestione della cosa pubblica nelle mani dei rivo­luzionari; a Mogilev, sede del Gran Quartiere Generale, il 4 marzo scomparvero improvvisamente tutte le autorità cittadine, le guardie di polizia e i gendarmi:
dovunque e in generale scriveva ancora il Romei non un gesto nobile di coerenza, di fierezza in tutti coloro che per anni avevano prosperato all'ombra del vecchio regime. D fenomeno dimostrava appieno il difetto radicale dell'organismo autocratico russo. 11 potere, per quanto sostenuto da una potentissima casta di funzionari, da una colossale polizia, da un corpo numerosissimo di gendarmi, da centinaia di migliaia di cosacchi, da milioni di sol­dati, poggiava effettivamente sopra una pura convenzione politico-religiosa: la maestà dello zar, imperatore e capo della Chiesa ortodossa nazionale. Caduta per la forza degli eventi la sovranità degli zar e sostituita ad essa quella del popolo, rutto il grandioso edificio auto­cratico veniva a cadere come se gli fosse venuta a mancare improvvisamente ogni sua base. 3*>
Queste parole, scritte sotto l'incalzare degli avvenimenti, racchiudono conclusi­vamente il giudizio sull'amministrazione e sul governo zarista e definiscono la
W Ivi, p. 57. *> Ivi, p. 48.