Rassegna storica del Risorgimento

BIBLIOTECA APOSTOLICA VATICANA FONDO PATETTA; RIBOLI TIMOTEO CA
anno <1979>   pagina <216>
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Libri e periodici
paese , ma soprattutto scoprendo ed apprezzando il popolo nella tua dignità nazionale e
culturale (p. 57). .
Ed il Tommaseo, ancora in quel periodo di tempo, traduce l Canti illirici; e abbozza, nella prefazione ad essi, i lineamenti di una storia dei sorbi dalle prime incursioni nell'area danubiano-balcanica nel VI sec. d.C. fino alla recente rivoluzione antitura.
Egli giustificherà insomma, operando nel campo della storia e della letteratura dei popoli slavi, quelTa inserzione di cui si è detto sopra e che il Pirjevec privilegia nella sua analisi critica. È anche il momento, quello (che noi riteniamo centrale nella vita del dalmata) in cui ai collocano i rapporti e le incomprensioni con Ljudevit Gaj, il capo rico­nosciuto dell'Illirismo e con il patriota croato Ivan Kukuljcvid; ed insieme l'epoca in cui (negli anni fra il 1840 ed il 1842) egli scoprirà la Favilla di Trieste (p. 66) e si legherà d'amicizia con Pacifico Valussi, Antonio Gazzoletti e Francesco Dall'Ongaro, vivaci ingegni interessati anch'essi, nelle pagine della rivista triestina, a cercar di chiarirsi poesia e tematiche della storia dei popoli slavi. Difatti il Dall'Ongaro già si era occupato (come maestro privato in casa dei marchesi Polesini) delle semplici virtù del- popolo istriano (p. 68), e tra il 1842 ed il 1844 ad opera dei ragusei A. Kaznacic e 0. Pozza-Pucic usciva in quindici puntate una serie di studi sugli slavi; cosa evidentemente voluta da quell'intel­ligente intellettuale e giornalista che era il Valussi (p. 69).
Importante qui notare (come spunto per ulteriori approfondimenti) che l'amicizia con i redattori della Favilla significò una comprensione anch'essa nuova che il Tommaseo ebbe allora occasione di maturare nei confronti dell'ambiente culturale triestino; ambiente da lui prima fieramente avversato* dato che egli aveva a lungo riguardato la città adriatica come un barbaro miscuglio di genti, di fedi, di costumi, come una Babele nella quale il commercio dimenava le ce sue cento lingue (p, 67). Per lui la Dalmazia era terra italiana più di Trieste e più di Torino, come aveva scritto (p. 41) a Cesare Cantù sostenendo anzi, al limite, che essa era virtualmente più italiana di quella Bergamo donde era venuto in Dalmazia il padre di sua nonna; di più, aveva aggiunto il Tommaseo in quell'occasione polemica (era l'anno 1837), di ritenersi lui a più italiano dell'Italia ; ohe era poi, in fondo come argomenta il Pirjevec una maniera di porre in modo forse un po' paradossale da parte dell'illustre dalmata, il problema della propria appartenenza nazio­nale così sotto il profilo etnico come sotto quello culturale (p. 41).
Naturale che un uomo simile in quegli anni che precedono il Quarantotto finisse per diventare, quasi senza accorgersene, un polo di attrazione per molti giovani italiani e slavi, i quali come annota il Pirjevec vedevano in lui un maestro ed un portavoce autore­volissimo. Usciranno allora alle stampe, a testimoniare di questo fervido periodo di interesse del Tommaseo per i popoli sbavi, i Canti del popolo dalmata e le prose che vennero inti­tolate scritti D'un vecchio Calogero (1844-45).
E se è vero che nel 1845 ancora egli darà alle stampe la prima parte di un lavoro intitolato vichianamente Della sapienza riposta nelle radici della lingua illirica (p. 85), è da dire anche che da allora ha inizio un periodo di stanca nella vita del Tommaseo, un periodo di depressione fisica e psichica, da cui usci alla fine del 1846, dopo l'elevazione al soglio di Pio IX, fatto questo che lo indusse a recarsi a Firenze e ad occuparsi del problema della rigenerazione della Chiesa (voleva l'esautorazione della curia e l'unità delle Chiese). G saranno ancora gli interventi del Tommaseo nella questione (p. 98 sgg.) dei frati bosniaci (l'avversata nomina a vicario apostolico in quella provincia di Antonio BariSic), le sue inutili proposte di cercar di fare della Bosnia un caposaldo del cattolicesimo (attraverso una illuminala politica religiosa), il colloquio con Pio IX: ma ci sarà anche bisogna pur dirlo nella sostanza (e proprio prima dello scoppiare della rivoluzione europea) un mutuare di sfi­ducia nel Tommaseo nei confronti della linea di condotta dei patrioti italiani verso l'Austria. Egli pensava, ma si sentiva isolato, alla necessità per gli italiani (p. 109) di conoscere et le nazioni di fuori affratellandosi con esse (vedi carteggio Tommaseo-Capponi); cosa che gli sembrava, però, del tutto trascurata nel trionfare di un'incosciente leggerezza politica. Un Tommaseo molto critico quindi, tanto che egli frequentemente firma i suoi scritti pole­mici di quel periodo: URO slavo.
L'inizio del Quarantotto, però, vedrà il Tommaseo sfidare il governo austriaco nella richiesta di un allentamento delle disposizioni sullo censura (sua allocuzione del 30 dicem­bre 1847 all'Ateneo veneto); cosa che porterà (p. 112) all'amato del Tommaseo il 18 gen-