Rassegna storica del Risorgimento

BIBLIOTECA APOSTOLICA VATICANA FONDO PATETTA; RIBOLI TIMOTEO CA
anno <1979>   pagina <234>
immagine non disponibile

234
Libri e periodici
PSI erano perno essenziale, la dialettica politica, sciala ad eeononrfca si spoeto sul pino dallo scontro frontale tra borghesia e classo operaia, giacché lHmprenditoria industriale inizio a perseguire il disegno di instaurare nel paese il capitalismo monopolistico, con conseguente soggezione dei lavoratori alle nuove strutture della produzione industriale. Invero, già a partire dal biennio 1907-1908 lo sviluppo industriala di inizio secolo cominciava a mani-festare al suo interno profonde contraddizioni che per anni restarono insolute. Tali contrad-dizioni si intrecciavano peraltro con difficoltà di carattere congiunturale per cui, con la guerra coloniale di Libia, il governo e i partiti che lo sostenevano si illusero di tamponare
le ferite del sistema.
Le strutture industriali del paese non reggevano con quelle di altre nazioni, ove l'accumulazione capitalistica era più accentuata, l'impiego della macchina diffuso, la tecnologia sofisticata , il lavoro razionalizzato. Fu allora che l'imprenditoria industriale ita* liana scoprì la via per superare il travaglio che da tempo colpiva il sistema: la costruzione di nuovi rapporti di produzione nella fabbrica, sostituendo lo scacchiere delle grandi con. contrazioni capitalistiche all'industria pioneristica. Per uscire dalla crisi del 1913 il capi­talismo industriale, non rinunciando alla propria egemonia, ma anzi rafforzandola, individuò nello scontro frontale la carta vincente e represse duramente le lotte operaie e le genuine aspirazioni del proletariato.
Sul piano internazionale, una crisi generale, qualificata in senso recessivo, aveva por­tato ad una forte contrazione dell'attività monetaria, con rarefazione del capitale finanziario indirizzato alle imprese che ne facevano domanda. Si tenga conto che gli investimenti lordi nell'industria italiana da 3.668 milioni di lire nel 1907, salirono a 3.715 milioni nel 1912 e a 3.987 nel 1913, ma tra il 1912 ed il 1913 gli investimenti netti scendevano da 3.264 mi­lioni a 3.197 milioni, mentre le scorte di prodotti si dilatarono assai, raggiungendo 710 milioni di lire nel 1913 (livello non lontano da quello toccato nel 1907 con 852 milioni di lire).
Su queste basi di attenta analisi della situazione economica del paese e di frfara ela­borazione storiografica, Adolfo Pepe affronta il tema della crisi dell'industria e la conse­guente svolta che si determina nel movimento operaio, mettendo inoltre a fuoco le condizioni sociali e produttive della classe, il dilagare della disoccupazione, l'accrescersi del flusso migratorio (da 700.000 unità nel 1912 a 800.000 nel 1913), il forte aumento del costo della vita, i bassi livèlli salariali (6-7,5 lire al giorno per 10 ore di lavoro nelle industrie manifatturiere per gli specializzati, ma 1,5-3 lire per i lavoratori generici e privi di qua­lificazione).
In quell'anno cruciale i salari erano bloccati sui livelli del 1910-1911, mentre cominciò ad introdursi in fabbrica la remunerazione a cottimo, individuale e collettivo, allo scopo di dividere i lavoratori, di romperne unità e compattezza. Fu in questo quadro repressivo, di sfruttamento del lavoro, di ristrutturazione e razionalizzazione dei processi produttivi (ne fa fede l'applicazione del taylorismo, importato dagli Stati Uniti e applicato alla Fiat per la prima volta, con i tempi di lavoro cronometrici, la produzione in serie, il fraziona­mento delle mansioni, l'integrazione uomo-macchina), che si costruì la macchina dell'orga­nizzazione scientifica del lavoro, giustificata dagli imprenditori con esigenze di aumento della produttività, per vincere la concorrenza internazionale.
Da questo clima di repressione economico-sociale, di imposizione autoritaria e pro­duttivistica nella vita delle fabbriche, la borghesia industriale assurse ad un ruolo ege­monico nella società e nello Stato. Ma il proletariato reagì anche al di fuori di un precìso disegno d'azione e di lotta: nel gennaio del 1913 avvennero gravi eccidi di contadini a Roccagorga (Roma), a Baganzola (Parma), ove fu ucciso un sindacalista, e a Comiso in Sicilia, ove si contarono parecchi feriti negli scontri tra forza pubblica e contadini.
La reazione spontanea a tali eccidi fu violenta in tutto il paese e la temperatura sociale segnò un livello mai raggiunto fino ad allora. D'altra parte anche i sindacalisti rifor­misti della CGdL intrawidero ormai giunto il momento di dare una risposta più adeguata e incisiva al governo, di aggiornare lo scontro di classe su un piano rinnovato, adottando nuove forme espressive, anche sotto la spinta del sindacalismo rivoluzionario dell'USL E più volte si giunse a proclamare lo sciopero generale talvolta condiviso dalla stessa CGdL, anche se circoscritto nel tempo e limitato negli effetti.