Rassegna storica del Risorgimento

GREGORIO XVI PAPA (BARTOLOMEO ALBERTO CAPPELLARI)
anno <1979>   pagina <279>
immagine non disponibile

Er Papa novo
279
Prima di ricevere la lettera del Bernetti, mons. Garibaldi poteva comunicare il 25 settembre a Roma il nome dello stampatore e precisare che l'autore è un certo Tomassei (sic), oriundo di Trieste o di quei contorni. È in Parigi, affetta sentimenti di una austera morale e di attaccamento per la Religione . Quanto alla richiesta del Segretario di Stato, il 19 ottobre il Nunzio era costretto a comunicare che non era possibile al governo francese impedire la stampa di opere pessime in ogni senso , perché tutte le leggi qua esistenti in materia di stampa, comprese le ultime, sono repressive e in niun modo preventive .
Il nostro Stato mi sembra un moribondo cui si vuol prolungare la vita con dei veleni , scriveva il 5 settembre 1831 quella nobile figura di sacerdote che era Giovanni Corboli Bussi al nonno. Su quello Stato era destinato a gover­nare un pontefice sul quale poco meno di due mesi prima, in Curia, ci si era già abbandonati al gusto della maldicenza e all'accusa di nepotismo perché, rice­vendo una deputazione della sua Belluno, l'aveva trattenuta a pranzo con i car­dinali Bernetti e Zurla, il Maggiordomo e il Maestro di Camera, ma anche con il marito d'una sua nipote, membro anch'esso di quella deputazione.
Se a questo buon Papa non è permesso di largheggiare in doni, gli si permetta al­meno di essere liberale di quella gentilezza, di quei tratti, che in un principe valgono assai più che i doni.5)
E non siamo che al principio.
Di piccola nobiltà provinciale Bartolomeo Alberto Cappellari, un cui zio era canonico della cattedrale bellunese e una sorella suora benedettina, nono­stante il diverso parere dei suoi che avrebbero preferito fosse divenuto prete secolare, a diciotto anni era entrato nel cenobio camaldolese di San Michele di Murano, ove, assunto il nome di religione di un devoto compagno di San Bene­detto, Mauro, nel 1786 pronunciava i voti solenni e rinunciava a tutti i beni in favore della propria famiglia. Rivestito l'abito bianco dell'ordine, abito al quale rimarrà fedele tutta la vita, ricco di uno spirito profondamente religioso e dotato di particolari attitudini per gli studi, oltre che filosofici e teologici, delle scienze, fu presto nominato lettore e delegato alla revisione delle opere da pubblicare. Nell'estate del 1795, tolto al convento muranese, fu destinato a Roma come coadiutore del procuratore generale dei Camaldolesi nel convento di San Gregorio al Celio. Pur serbando rapporti costanti con i confratelli muranesi, segnatamente con l'abate Mandelli e don Placido Zurla, suo amicissimo, l'am­biente romano gli offrì nuovi motivi di interessi e lo fece assistere alle dramma­tiche vicende della fine di quel secolo che vide l'esilio di Pio VI, la proclama­zione di una repubblica giacobina e l'inquieto albeggiare del nuovo.
È nel turbine che sembra aver distrutto quella che il giovane generale Bona-parte aveva definito in un rapporto al Direttorio vieille baraque che fra' Mauro pubblica l'opera che voleva infondere nuova fede negli spiriti smarriti e assicu­rarli di un immancabile trionfo del carattere monarchico della Chiesa e della sovranità e infallibilità del Papa.
Sembrerà forse a taluno cosa strana, anzi fuor di consiglio, che, mentre piangono i buoni la desolazione del santuario, il disprezzo, lo spoglio, la dispersione dei sacri pastori,
3 ANTONIO MANNO, L'opinione religiosa e conservatrice in Italia dal 1830 al 1850 ricercata nelle corrispondenze e confidenze di Monsignor Giovanni Corboli Bussi, Torino, Bocca, 1910, p. 16.