Rassegna storica del Risorgimento

BRIGANTAGGIO
anno <1979>   pagina <325>
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jp La strage dei briganti maurini 325
all'ergastolo quanti durante tutto questo tempo erano caduti mano a mano in potere delle forze dell'ordine.
Non troppi, in verità, anche se fra essi qualcuno come Botindari masnadiere di gran nome, non troppi perché di solito i briganti uscivano nella loro gran maggioranza dalla scena per uccisione in conflitto. Vi erano state stragi memo­rabili dei maurini e i carabinieri, per spaventare le popolazioni, usavano esporne i cadaveri come trofei di caccia appesi agli alberi o seduti. Quell'inesauribile vivaio di briganti che era diventato S. Maurocastelverde non tardava, però, molto a rifornire di nuove leve la banda, mentre i capi si succedevano per il diritto che loro derivava dalla gara feroce nella efferatezza.
Così, dopo la fine di Angelo Pugliese, si erano avuti il masnadiere Biagio Valvo il quale riuscì a tenere avvinti i gregari diretti, ed anche a mantenere rapporti di collaborazione con altre bande della provincia. Si era avuto poi Rocca; arrestato questi, era subentrato Rinaldi che era stato con Garibaldi. Rinaldi morì in combattimento e il meglio della banda venne eliminato. Sem­brava tutto finito, ma non era così. I superstiti continuarono ad operare in proprio. Nino Leone nella zona di Lercara commise delitti orribili e clamorosi sequestri finché non venne ucciso in conflitto coi bersaglieri.
Impressionanti al riguardo sono le pagine di ricordi dell'ufficiale che lo braccò finché non cadde a seguito di una delazione del suo manutengolo.3)
Capraro, Saieva e Di Pasquale continuarono a terrorizzare la provincia di Palermo, contendendosi talvolta le misere prede e assurgendo intanto a grande rinomanza fra le plebi della campagna, che giungevano finanche a glorificarne i nomi in canti popolari.
Nulla invero autorizzava che briganti così terribili venissero posti su pie­distalli così alti, ma ciò allora avveniva frequentemente e spiega perché la banda riuscì a sopravvivere tanto tempo e qualcuno dei suoi componenti a morire anche di morte naturale. Quando sembrava tutto finito un Melchiorre Candino apparve sulla scena con un pugno di superstiti e alcuni ragazzi allevati alla violenza delittuosa. Braccato in provincia di Palermo ed abbandonate le native Madonie, Candino sconfinò in provincia di Messina e cercò ricetto nella zona di Cesarò, presentandosi ora in un feudo, ora in un altro, imponendo taglie, derubando, massacrando, diffondendo il terrore attraverso il rinverdimento del tremendo nome della Banda Maurina.
Ma fu in quel di Cesarò, nel bosco dell'ex feudo Solazzo, che tutta la sua banda trovò la morte. Si trattò di una strage per molti aspetti misteriosa, sconvolgente, impressionante. Strano a dirsi, oggi noi conosciamo i fatti nel loro svolgimento soprattutto perché il brigante Melchiorre Condino li divulgò a mezzo stampa, determinando una polemica giornalistica con gli uccisori che, nel caso in parola, non furono poliziotti ma, ancor più strano a dirsi, cittadini rispettabili, o quasi: i Leanza. La polemica continuò nelle aule giudiziarie finché, alla fine del 1894, con l'ultima sentenza sui superstiti banditi, calò definitivamente il sipa­rio sulla Banda Maurina, il cui ricordo con caratteri di leggenda sopravvisse anche dopo che negli ergastoli si spensero i tristi superstiti di quella feroce storia. Ora andiamo agli atti giornalistici, non senza sottolineare che sembra pacifi­camente accettarsi dalle due parti che in tutto quel che avviene lo Stato non
3) Cfr. ENBICO FINCATI, Un anno in Sicilia (1877-78). Ricordi di un bersagliere, Roma, 1881; interessante ancor oggi la storia che ne dettò il Di MENZA, / masnadieri mau­rini. Storia delle bande armate in Sicilia dal 1872 al 1877, Palermo, 1878.