Rassegna storica del Risorgimento

BRIGANTAGGIO
anno <1979>   pagina <326>
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Gaetano Fàlzone
c'entra e non ha il diritto di rappresentare una parte qualsiasi. Comprensibile è che i banditi ne facessero a meno, lo ignorassero, lo sfregiassero; meno compren­sibile è, invece, che cittadini viventi sotto il suo usbergo, almeno formalmente, si sostituissero clamorosamente ad esso e trattassero il problema della risposta al brigantaggio come un affare privato.
Ma chi sono codesti Leanza, e soprattutto chi è Francesco Leanza che coi suoi tre figli e i suoi campieri effettuò la strage dell'ultima Banda Manrina, e suggellò sprezzantemente la sua opera scrivendo al capo brigante Melchiorre Canoino: Voi appartenete ai bassi briganti? Nella suddetta espressione si avverte che colui che si è fatto giudice e giustiziere, vuol respingere nella parte infima della gerarchia di quella che è stata chiamata la onorata società il suo interlocutore. Brigante basso quindi, ed indegno di un colloquio, di un con­fronto, di un ragionamento (ma poi salterà fuori che con lo stesso in precedenza aveva carteggiato dandosi dei tu ) sarebbe, per il signor Leanza, il Candino.
Sui giornali e nelle carte giudiziarie, il signor Leanza risulta essere un borghese. Risulta essere l'amministratore dei beni del duca di Cesarò e della duchessa di Reitano. Uno dei suoi figli, Antonino, il maggiore di età, dopo aver prestato il servizio militare, aveva assunto l'amministrazione dei beni di un ricco proprietario di S. Agata di Militello, di nome Ciuppa. Il redattore del Giornale di Sicilia che intervistò i Leanza appena dopo la strage così ce li de­scrive: Il padre, Francesco Leanza, di anni cinquanta, è una figura di quelle che, viste una volta, non si dimenticano più. Lungo, smilzo, asciutto, la faccia abbron­zata dal sole, il naso grosso, adunco e leggermente piegato verso destra, gli occhi piccoli e lucenti, baffi e basette castagni, ha l'aspetto di un uomo risoluto, ma bonario nel tempo stesso . Dei due figli che lo hanno seguito a Palermo per riferire alle autorità (il terzo, è rimasto a Cesarò a badare agli affari), Antonino è un giovane lungo e smilzo come il padre, pallido in viso, capelli e piccoli baffi castagni, occhi piccoli e penetranti, in complesso una figura assai intelligente che parla correttamente in puro italiano ed esprime con molta chiarezza i suoi concetti ; Calogero invece anche lui impiegato presso l'amministrazione Ciuppa ha venticinque anni e la sua figura si allontana molto da quella del fratello. È forte, tarchiato, capelli e baffettini nascenti, biondo. Parla poco ed ha l'aria concentrata . Si intuisce che a succedere al patriarca, quando verrà l'ora, sarà Antonino, e non Calogero, ma quest'ultimo potrà essere un buon secondo, la controspalla del capo, figura altrettanto indispensabile nella gestione del potere.
Ma quale potere? Non certo solo della conduzione dei fondi affidati alla loro amministrazione, dei greggi, dell'esatto e puntuale raccolto dei cespiti, della disciplina dei campieri (tre dei quali hanno seguito il vecchio Leanza fin nel bosco della strage, e partecipato con le armi all'eccidio), ma anche di fare rispettare la famiglia, la tradizione, e forse ad insaputa di quella ufficiale dello Stato, un uomo che non respinge aprioristicamente il dialogo col brigante, ma lo conduce con accortezza e con prestigio (si vedrà che i briganti usano il voscenza verso i borghesi, e lo stesso, quindi, praticano coi Leanza); un potere che può anche trasformarsi in manutengolismo, occorrendo, ma non pauroso e succube, un manutengolÌ8mo patteggiato e condizionato, un reale rapporto di mafia del colletto bianco col brigante che accetta l'inquadramento, e che dovrà guardarsi bene dallo sgarrare perché la forza del capo mafia non è tanto nella sua diversa condizione sociale, nella sua finanza, quanto soprattutto nella sua persona fìsica e morale che riafferma ogni giorno la propria distanza umana dal picciotto che si è risolto a vivere invece nella Sicilia illegale.