Rassegna storica del Risorgimento

CRISPI FRANCESCO CARTE; MANCINI PASQUALE STANSLAO CARTE; MUSEO
anno <1979>   pagina <340>
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Libri e periodici
di avversari dai cosiddetti zelanti ai progressisti, che stimavano troppo lenta la sua poli­tica di cauto a aperturismo soprattutto a causa della sua attività riformatrice, che al­meno teoricamente non implicava alcun cedimento nei confronti delle idee costituzionali, pur restando nell'ambito del razionalismo iLluministico.
Nel periodo della gestione Consalvi, durata fino al 1823, nello Stato pontificio fiori e si sviluppò un pulviscolo di organizzazioni segrete, parte reazionarie, parte liberali e parte caratterizzate da una sintomatica ambiguità ideologica e operativa.
Nel suo attento e documentato saggio, Marinelli analizza l'azione e gli scopi dei microrganismi perche nessuno superò mai le dimensioni della conventicola di stampo reazionario (o forse sarebbe più esatto dire controrivoluzionario); senza tuttavia trascurare i legami e le collusioni con i gruppi liberali o presunti tali, che furono spesso singolari.
Il lavoro si articola attraverso l'analisi dei seguenti temi: Io Stato Pontificio alla caduta di Napoleone: la figura e l'opera del cardinale Ercole Consalvi; presupposti dottri­nari della reazione , con particolare riguardo allo Stato Pontificio; le sette reazionarie: sanfedisti, pacifici o Santa Unione, concistoriali; attività delle sette, influenza sulla politica dello Stato Pontificio e rapporti con i liberali; le cause del declino e della scomparsa delle sette.
La ricerca di Marinelli è stata accurata e non semplice, resa difficoltosa soprattutto dalla mancanza di materiale. Dunque ancora più apprezzabili sono i risultati ottenuti dal giovane studioso, che ha incentrato il suo impegno su una minuziosa analisi bibliografica ed in maniera particolare sulla ricerca archivistica che, data la carenza di documenti, appare meritevole di elogio per i traguardi conseguiti.
Interessanti sembrano anche le conclusioni alle quali giunge Fautore, per giustificare alcuni aspetti a prima vista incomprensibili di un periodo tanto agitato eppure ricco di episodi della storia d'Italia.
La penisola era allora terra di sperimentazioni politiche per numerosi paesi europei e il groviglio di interessi che si era formato fa comprendere il perché della presenza nel variegato mondo delle società segrete di agenti austriaci, russi, francesi e via dicendo.
Marinelli fa a questo proposito alcune considerazioni, che meritano di essere valu­tate con interesse.
FRANCESCO LEONI
TOMMASO NARDELLA. LO sviluppo economico e industriale della Capitanata dal 1815 al 1852 in una relazione di Francesco della Martora; Foggia, Società Dauna di Cultura, 1978, in 8, pp. 77. S.p.
I finanzieri, i commercianti e gli appaltatori del governo finirono con l'incarnare la natura oppressiva della società napoletana... I programmi di riforma di Giuseppe Bonaparte e di Gioacchino Murat... non avevano mutato alla base le tradizionali strutture economiche su cui poggiava la società meridionale ... Se ima nuova e dinamica borghesia terriera stava prendendo forma, essa non aveva ancora i mezzi per affermarsi... Le forme più attraenti e remunerative di investimento venivano create e derivavano dalle condizioni di povertà pre­valenti ... Il credito assorbito dallo Stato borbonico non veniva usato in modo da incentivare la produzione ma piuttosto per riempire le falle della sua amministrazione giornaliera. In cambio lo Stato ipotecava le sue rendite ai creditori... In effetti erano proprio gli impren­ditori ed i capitalisti del Sud che, forse da soli, avevano il maggior interesse, nel campo economico, politico e sociale, a perpetuare le condizioni di arretratezza .
Abbiamo voluto far precedere queste considerazioni conclusive della poderosa mono­grafia la terzi an a di John Davis al rendiconto sul lavoro del Nardella, che la precede di un paio di mesi, perché esse costituiscono il più efficace chiaroscuro ed una messa a punto pressoché definitiva nei confronti di un'atmosfera a nostalgica rispetto alle Due Sicilie, atmosfera alla quale io stesso ho pagato qualche tributo, che ha avuto nel Demarco e nella sua scuola i più autorevoli interpreti, nelle società economiche la più valida piattaforma di riferimento (si pensi al De Lucia per quelle abruzzesi, ma non solo a lui, naturalmente) ed alla quale l'A. obiettivamente contribuisce con un documento di cui pur Gaetano Cin­gali, nella seria ed equilibrata prefazione, sottolinea i limiti vistosi, a l'occhio paternalistico