Rassegna storica del Risorgimento

CRISPI FRANCESCO CARTE; MANCINI PASQUALE STANSLAO CARTE; MUSEO
anno <1979>   pagina <363>
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Libri e periodici
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ALFRED ALEXANDER, L'affare Oberdank, mito e realtà di un martire irredentista, trad. G. Kezich; Milano, Il Formichiere, 1978, in 16, pp. 263. L. 6000.
Ci giunge dall'Inghilterra un volume del medico Alexander, il quale con grande pre­sunzione si è proposto di demolire come è nel costume della a storiografìa negativa il mito di Oberdan. Diciamo presunzione, poiché si tratta d'un libro a tesi, che fin dalle prime pagine afferma di voler essere, dopo opere fortemente partigiane, il primo rispettoso della realtà, narrata tacitianamente sine ira et studio, il primo a valutare oggettivamente la vicenda. Uno storico di tutto rispetto come A. J. P. Taylor gli ha creduto, pubblicando l'articolo The martyr of Irredentism sul Times Literary Supplement del 15 aprile 1978, p. 456, e quel che è più grave ha creduto anche che i documenti utilizzati dall'Ale­xander fossero inediti, mentre tutti dico tutti compaiono nel grosso volume di Fran­cesco Salata sull'Oberdan (Bologna, Zanichelli, 1924; seconda edizione Milano, Mondadori, 1932).
Fin nelle prime pagine del libro odierno troviamo un disordinato coacervo d'inter­pretazioni della situazione triestina, che ci fanno dubitare della credibilità dell'autore. La tesi è che Trieste alla fine dell'800, dopo essere tornata entusiasticamente nella compagine austriaca nel 1813, è la città fedelissima dell'Austria, con una maggioranza italiana in una regione etnicamente slovena, dove gli irredentisti costituivano una minoranza insignificante (prova ne sarebbe il fatto che il giornale Indipendente tirava mille copie e II Piccolo definito giornale lealista italiano, addirittura centomila). Solo gli ebrei triestini, tra i quali inabilmente, l'Alexander cita Emilio Treves ed Aron Schmitz (Svevo), guardavano con spe­ranza all'Italia e alimentavano l'irredentismo, in quanto erano minacciati in Austria da sanguinosi pogroms (!).
Nel primo capitolo troviamo anche minori inesattezze, poiché l'autore sembra aver scarsa dimestichezza con le cifre, ma emerge la tesi di fondo: irredentismo = nazionalismo borghese, nazionalismo = fascismo; quindi i patrioti unitari triestini che anelavano alla libe­razione nazionale e ad entrare a far parte dell'Italia politica non erano che fascisti ante Utteram.
Così apprendiamo (cap. II) che la madre di Oberdan era nata a Gorz (o Gorizia), città slavo-tedesca, e che il padre Valentino Falzer friulano era probabilmente di madre­lingua tedesca, poiché lavorava in un panifìcio dell'esercito a Trieste. Abbandonandosi a simili farneticazioni linguistiche, l'Alexander sostiene che il cognome Oberdank non è tede­sco ma croato (poiché non si trova negli elenchi telefonici austriaci), che quello di Falzer non è italiano (ma falzer = falciatore) e che quindi il figlio illegittimo dei due era di sangue misto austro-sloveno-friulano. Non basta. Guglielmo da ragazzo era di temperamento eccitabile ed emotivo, quindi suggestionabile ad opera degli amici nazionalisti Delfino, Lieb-mann, Butti, e addirittura di tendenze omosessuali...
Invece di considerare la buona intelligenza, la formazione scolastica e il risultato delle letture personali, che portarono il giovane universitario a convinzioni democratiche e nazionali, l'Alexander vede in Oberdan un carattere debole e agitato, succube e plagiato dagli amici. Questa impostazione, arbitraria e irrispettosa della personalità d'un giovane sensibile, colto e sincero, lo porta anche ad attribuire almeno in parte il motivo della diserzione di lui dall'esercito austrìaco nel '78 alla vigliaccheria e paura d'essere condotto davanti al nemico. Quando poi egli emigra ad Ancona e a Roma coi garibaldisti (termine che dobbiamo al traduttore), il rosso della sua camicia non indica l'appartenenza alla Sini­stra, ma solo a una moda sud-americana.
Molti errori sono anche nel cap. Ili, dove il patriota triestino Bruffe 1 diventa Brufen, le lettere di Oberdan al Delfino e alla Stefani son sempre inedite, il Fabris-Basilisco, tradi­tore degli irredentisti, è presentato come un rispettabile cittadino che ha compreso i tra­scorsi errori e cerca di riparare facendosi informatore della Polizia austriaca, il Mazzini è descritto come un predicatore che incitava a morire per le sue idee rivoluzionarie.
Potremmo sbrigarci rapidamente del resto, tanto è scontata la disinformazione e la malafede dell'Alexander. I più grossolani abbagli del cap. IV sono il nome di Raimondo Battara, ripetutamente battezzato Baterra, il testamento di Oberdan e di Ragosa (Udine, settembre 1882), considerato un falso (l'Alexander ignora il fatto che il buiese Donato