Rassegna storica del Risorgimento
CRISPI FRANCESCO CARTE; MANCINI PASQUALE STANSLAO CARTE; MUSEO
anno
<
1979
>
pagina
<
367
>
Libri e periodici 367
mento degli ideali di lotta provocato dal riformismo giolittiano, il rapporto complesso con 1 irredentismo e con le priorità da esso imposte, l'adeguamento alle regole del gioco parlamentare, l'azione repressiva, più o meno violenta, dell'apparato statale e ma nessun repubblicano l'avrebbe mai ammesso la solidità del regime monarchico. Partito di quadri, partito di intellettuali, a base fortemente ideologizzata ma appunto perciò ristretta, quello repubblicano subisce più di altri le difficoltà di uno schieramento che lo vede compresso tra radicali giunti placidamente al tramonto e socialisti forti di ben più largo seguito tra le masse; e le difficoltà sono accresciute dalla mancanza di un adeguato margine di manovra, dal momento che, se l'intransigenza impedisce ogni slittamento sulle posizioni radicali, il carattere idealistico dell'eredità mazziniana preclude o rende molto problematici possibili compromessi con il socialismo materialista ed assertore della lotta di classe: abbastanza contenuta in Parlamento, istituzione verso la quale ancora permangono molte delle riserve mentali dei tempi dell'avvento della Sinistra al potere, anche nel paese la presenza repubblicana è destinata dunque a svolgere un ruolo politico di secondo piano, per di più con il pericolo che l'inazione finisca fatalmente per mutarsi in acquiescenza verso il regime monarchico.
Nel 1910, l'anno in cui prende le mosse la ricerca della Tesoro, questa crisi da inazione è giunta al culmine, nella fase, cioè, in cui continuare in una sterile opposizione di tipo classico si tradurrebbe in un oggettivo arretramento di tutto il movimento repubblicano: a scorgere i primi sintomi del ce ministerialismo è Giovanni Conti, che con Zuccarini e sotto l'alta e forse un po' sussiegosa ispirazione di Ghisleri si pone subito come il maggior critico delle deviazioni del Gruppo parlamentare repubblicano, spaccato fra seguaci di Barzilai e sostenitori di Comandimi. Quello che la Tesoro ricostruisce è appunto il processo attraverso il quale dalla critica Conti passa all'enunciazione di un vero programma di rifondazione del P.R.I. qui soprattutto si avverte la mano di Ghisleri e quindi all'attuazione di tale programma, dove, in contrapposizione allo svalutato e manipolato modello parlamentare, si riafferma il primato dell'azione e si predica il ritorno ai valori originari, quelli popolari e rivoluzionari.
Non tutto è chiaro, però, e non tutto fila liscio in questa strategia che comunque andrà in porto dopo l'epurazione di Barzilai e di tutta la sezione romana, colpevoli l'ima e l'altro di aver sostenuto la politica coloniale e la campagna di Libia: per prendere il sopravvento ed esautorare in pratica il Gruppo parlamentare, la Commissione Esecutiva del partito, che dal Congresso di Ancona è passata in mano agli intransigenti, deve progressivamente spostarsi a sinistra, denunziare ogni possibile accordo con radicali e socialisti, considerati troppo teneri con il sistema, riorganizzare tutto l'apparato propagandistico, tendere la mano ai sindacalisti rivoluzionari ed agli anarchici, fare il gran passo dal rifiuto del riformismo giolittiano alla ripresa dell'agitazione, sfumare via via le differenze ideologiche dal marxismo badando però bene a non pervenire ad un'identificazione totale con esso. Senza però mai cancellare completamente l'impressione che tutto questo bagno purificatore sia strumentale e che i repentini abbracci al movimento operaio mal si accordino con la scelta di puntare sul serbatoio delle classi medie; che il parlare della proprietà privata come di una funzione invece che di un diritto (p. 29) non si concili con l'apologia del neo-liberismo economico e con la difesa della borghesia imprenditoriale, posizioni cui certi teorici del repubblicanesimo interclassista approdano dopo la contestazione dello statalismo giolittiano; che, di conseguenza, le accuse di imborghesimento mosse ai socialisti non vengano dal pulpito più adatto; che i novelli rivoluzionari abbiano smarrito per strada la specifica capacità professionale dei progenitori e siano più che altro agitatori dalla tribuna; che, infine, il richiamo alla disciplina di partito sfoci un po' troppo spesso nel vecchio costume di considerare alla stregua di un'eresia ogni forma di dissenso, fino a teorizzare un vero e proprio dogma dell'infallibilità del gruppo dirigente (Zuccarini si scopre troppo quando individua nella domanda di autonomia delle sezioni periferiche la pretesa della facoltà