Rassegna storica del Risorgimento

CRISPI FRANCESCO CARTE; MANCINI PASQUALE STANSLAO CARTE; MUSEO
anno <1979>   pagina <369>
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Libri e periodici
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tenti crisi del suo movimento: una lezione molto incisiva, al punto che i discepoli di tre generazioni dopo avevano potuto tranquillamente ritenerla più che valida. A questa loro tensione morale Marina Tesoro ha voluto tributare il giusto omaggio della storia.
GIUSEPPE MONSAGRATI
UMBERTO SERENI, LI processo ai sindacalisti parmensi (Lucca, aprile-maggio 1909) ; Lucca, Istituto storico lucchese, 1978, in 8, pp. 128. S.p.
Per una singolare, ma, come vedremo, tutt'altro che sorprendente circostanza, questo volumetto, un buon quarto del quale è occupato dalla documentazione, getta più luce, e maggiormente significativa e nuova, sulla Lucca giolittiana che ospitò il processo che non sulla Parma sindacalista dello sciopero leggendario della primavera 1908.
E la Lucca della vecchia egemonia cattolica risalente già ai tempi della pubblicistica della Restaurazione, ed ora dilacerata tra il notabilato conservatore dei Bottini ed il sin­dacalismo democratico cristiano dei Bertini, la Lucca dell'innocuo repubblicanesimo classi­cheggiante di Augusto Mancini, delle battaglie di civiltà per le acque del Serchio, l'abolizione della cinta daziaria, la ferrovia della Garfagnana, dei cotonifici a prevalente manodopera femminile d'estrazione rurale, e perciò soggetta all'influsso cattolico, tanto confessionale quanto organizzativo, rispetto alla vocazione artigiana ed urbana del socialismo, in un'atmosfera di assoluto assenteismo contadino, di fortissima emigrazione, di feroce sfruttamento del proletariato femminile, è questa Lucca, dunque, l'autentica protagonista problematica del volumetto, tale da sollecitare l'attenzione e l'approfondimento.
Parma, invece, è troppo drasticamente squadrata tra i buoni del processo con­cluso con una generale assoluzione, auspice la testimonianza a discarico dell'ex prefetto Doneddu, ed i cattivi dell1 Agraria, col loro segretario lino Carrara, e soprattutto col procuratore Cesare Coccapani, un nome inconfondibilmente dell'aristocrazia nera mode­nese, escogitatore macchinoso del castello di carta dell'accusa, destinato a franare al pro­cesso nel modo più clamoroso. Nel mezzo si collocano il commissario Cammarota ed il dele­gato Pinetti, i cui rapporti avevano dato fondamento a quel castello, e le cui reticenze e ritrattazioni in aula ne determinarono il franamento. Ora è evidente che questi due per­sonaggi sono i capri espiatori della vicenda, tanto allorché formulano le loro accuse, quanto nell'animettere di averlo fatto <c per ordini superiori .
Che cosa c'è effettivamente sotto? Il libro non ce lo dice: e non ce lo dice perché, mentre il procuratore generale di Parma rivendica la correttezza di Coccapani, delle opi­nioni del guardasigilli Orlando non si ha alcun documento, mentre è il Giolittì. ministro dell'Interno a coprire con la sua responsabilità i dipendenti Cammarota e Pinetti.
D'accordo, dunque, una montatura: ma sono proprio soltanto in sede locale i Cocca-pani ed i Carrara, con i loro a volontari lavoratori , cioè col crumiraggio sistematicamente organizzato, gli esclusivi responsabili, o non piuttosto le alte sfere governative, che hanno mandato allo sbaraglio i pesci piccoli , in altre parole i funzionari della pubblica sicu­rezza, fin quando si trattava di squalificare il sindacalismo rivoluzionario di De Ambris, e poi, ottenuto solennemente il risultato col congresso socialista di Firenze del settembre 1908, li hanno gettati a mare? Non si tratta soltanto di un quesito poliziesco ma di un serio problema politico che involge la prassi giolittiana quanto all'assorbimento del rifor­mismo, un problema che Arturo Labriola, nella sua arringa alle Assise di Lucca, mostrava di aver inteso benissimo, con la sua presentazione legalitaria ed a educativa del sindacalismo, col suo prendere le distanze da De Ambris, col gettare le basi di quell'iter, insomma, che in un decennio Io avrebbe reso collega di governo di Giolitti.
Microcosmo lucchese, dunque, il piccolo mondo di Ferdinando Martini che si va radicalmente trasformando, e ce filosofia giolittiana, nei confronti del socialismo, questi i due temi, disuguali ma egualmente stimolanti, che il volume suggerisce, e che ci augu­riamo trovino pronti ed agguerriti indagatori.
RAFFAELE COL API ETRA