Rassegna storica del Risorgimento

STORIOGRAFIA ITALIA
anno <1979>   pagina <454>
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L'UNITÀ DELLE DIVERSE ITALIE
Dirò anzitutto che queste riflessioni mi sono state suggerite dalla recen­tissima pubblicazione di una sintesi che collocherei fra le cose migliori di una storiografia giovane, sostanzialmente collegata a diverse fra le matrici (e fra le scuole, se si vuole) da cui sta uscendo una prospettiva più sciolta e vivace dei problemi dell'Italia contemporanea, di cui si viene a cogliere il tormentato mo­mento iniziale, il parto dello Stato unitario. La metafora si presta bene a indicarne la nascita, che pur con tutto quello che ha implicato di positivo, ha lacerato un tessuto di tradizioni profondamente disomogenee, ne ha esaltato la negatività, che avrebbe tuttavia ripreso, in tempi più reecnti, un suo valore dia* letti co. Ci fu dunque rottura, ma non discontinuità radicale, ci fu rivoluzione ed insieme reazione.
Riflettevo su tutto ciò leggendo la bella sintesi di Raffaele Romanelli su L'Italia liberale (1861-1900), edita dal Mulino (Bologna, 1979), ed aggiungo che mi par sufficiente citar qui alcune osservazioni che mi hanno particolarmente stimolato in questa lettura. Rinuncio ad un'analisi puntuale, che mi preclude­rebbe la via alla rassegna di studi che mi propongo di presentare. Romanelli insiste sulla netta disomogeneità tra diverse Italie, che si riflette nella formazione, nella cultura, nelle esigenze poste innanzi dai vittoriosi moderati >, tant'è vero che non si sa se dar maggior peso alla sia pur breve stagione dell'hegelismo meridionale o a quel liberismo che servi da minimo comun denominatore tra diversi gruppi liberali, e che si nutrì dello spirito d'iniziativa più diffuso nelle regioni avanzate del Centro-nord. Romanelli rileva il limite di tal liberismo in una certa disattenzione di Cavour, che ne fu il promotore, di fronte ai prò* blemi giuri dico-istituzionali. Resta anche vero che la Destra napoletana tanto più s'avvicinava al liberalismo europeo, quanto rischiava di isolarsi nel suo mondo. Ricorderò peraltro che non c'è unità in questo mondo meridionale: basti pensare al caso estremo della Sicilia, tutta antiborbonica, almeno dal 1820, da cui paradossalmente, da premesse separatistiche, si sviluppò la scintilla del­l'iniziativa unificatrice. Fin dal 1963 il Romeo aveva appunto distinto tra Stati particolari (formazioni dinastiche più o meno estese) e regioni storiche , ed il Romanelli avrebbe potuto con profitto dar rilievo a questa precisa distinzione per colorire meglio il suo felice quadro della variegata Italia preunitaria (mentre avrebbe potuto evocare l'ancor sempre esemplare indagine del Romeo sul Risor-gimento in Sicilia, come quella di Marc Smith nella rivolta contadina siciliana repressa dai garibaldini, che fornisce una sorta di anticipazione dell'ibrido moto antiunitario di Palermo del '66, del quale parla con molta precisione).
I primi anni dell'esperienza politica e sociale postunitaria sono segnati da un tragico scontro che si svolge fra un'Italia contadina da lungo oppressa, ed un'Italia urbana e borghese, alla quale soltanto apparivano comprensibili, acces­sibili e propizii i valori nuovi delle libertà civili e politiche. Lo scontro assume i suoi aspetti più cruenti nel Mezzogiorno, dove dilaga il brigantaggio. Se il Ro­manelli traccia un quadro fra i più vivaci del grande dramma (vera guerra civile, a momenti), che costrinse la classe dirigente liberale unificatrice ad usare metodi che aveva condannato nei suoi avversari, è anche vero che in un'inchiesta parla­mentare discussa alla Camera in comitato segreto già nel 1863, che costituisce, come ha ben scritto Rosario Romeo, il primo documento importante della presa