Rassegna storica del Risorgimento

STORIOGRAFIA ITALIA
anno <1979>   pagina <458>
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Ettore Passerin d'Entrèves
al 1870: anche qui la figura di uomini come il paletnologo Gaetano Chierici, che Manzotti aveva già posto nel dovuto rilievo, emergono nel quadro di una storia che è ormai quella dello Stato nazionale in fieri, ma è pure il punto estremo di un isterilirsi delle tradizioni locali, subregionali e municipali : Spreafico ha colto molto bene questo trapasso. Dieci anni erano bastati per portare a tal punto la crisi dell'antica Italia, e piace constatarlo ricorrendo ai maggiori testimoni dello spirito del tempo : ad un Gino Capponi, per esempio, che dichiarava, nel gennaio del '63, di esser stato l'ultimo ad abbandonare ogni simpatia per la soluzione federativa, ma di esser certo che la federazione sopravviveva solo come un simbolo polemico e un trastullo per consolare un partito retrogrado impo­tente e altri utopisti.
Sui Dieci anni che fecero Pltalia, fra il 1849 ed il 1859, è uscito di recente il brillante saggio di Emilia Morelli, che è straordinariamente ricco di dati su alcune figure di primo piano, che ci vengono poste innanzi attraverso felici riferimenti. Così ci fa riflettere sullo sfondo ancora illuministico della fede di Cattaneo citando quanto questi scriveva al Mazzini nel settembre del 1850: occor­rono uffici di pubblicità , e il coraggio di impegnare un milione in carta stampata: per questa via si potranno disingannare dieci regni, far nostro il popolo, i soldati, le fortezze .
Ma Emilia Morelli rileva pure come sorga in quegli anni il mito di Vit­torio Emanuele... simbolo di unità non tanto per i suoi vecchi sudditi, quanto per quelli nuovi , facendo la debita parte, in questa creazione d'un mito, a Massimo d'Azeglio, di cui non ignora l' incomprensione viscerale per le sini­stre e la tendenza ad una interpretazione restrittiva dello Statuto carloalber-tino. Al Mazzini, negli anni '50, si può rimproverare di non aver capito il signi­ficato che poteva assumer la partecipazione del regno Sardo all'alleanza di Cri­mea, ma si può pensare che la sua persistente sfida abbia spinto Cavour a dive­nire più italiano . Già il commento di Omodeo al trattato per l'intervento in Crimea, del 10 gennaio 1855, porta la Morelli a concluder giustamente che esso fu l'ultimo documento piemontese firmato da Cavour .
La Morelli, che conosce meglio di chiunque il famoso Diario steso dal Mas­sari fra il '58 ed il '60, trae infine da questa miniera delle testimonianze che get­tano luce su quello che si può definire come un vero complotto politico-diplo­matico, anglo-franco-piemontese: il pugliese Massari riuscì a funger da tramite tra l'inviato inglese a Torino, James Hudson, che fece talora scopertamente il gioco di Cavour e quest'ultimo, quindi a interponi fra Cavour, Rattazzi e re Vittorio, perché il primo riuscisse, anche dopo aver lasciato il potere di fronte allo scacco di Villafranca, a perseguire una politica nazionale.
Segnalerei ancora, nelle pagine conclusive del saggio della Morelli, le perspicaci considerazioni sul dibattito che si svolse nel parlamento subalpino nel febbraio del '59, ed in specie sugli interventi polemici di un Solaro della Margarita, e di un savoiardo ch'era stato molto legato al giovane Cavour: Leone Costa di Beauregard. È il momento in cui l'incombente guerra nazionale comin­cia ad approfondire il solco che nel marzo del '60 si aprirà fra le province transalpine del vecchio Stato dinastico sabaudo e quelle padane ed italiane. Neppur Brofìerio e tanto meno il nizzardo Garibaldi comprenderanno la necessità dell'amaro sacrificio, che peraltro ci porta a sottolineare come il nuovo regno italico sia nato dal convergere di forze e di uomini che accettavano, in nome d'una fedeltà all'antico Stato plurinazionale dei Savoia, d'impegnarsi in una lotta che implicava gravi sacrifizi per tatti i combattenti* La nuova Italia