Rassegna storica del Risorgimento
LETTERE AL DIRETTORE; PESCOSOLIDO GUIDO; ROMANI MARIO; ROMEO RO
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1980
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Libri e periodici
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una conoscenza più approfondita di quella attuale su produzione e mercato interno, dal-1 altra esigono che si tenga conto della politica economica delle grandi potenze, che determina a volte rigidamente le scelte del piccolo Stato borbonico.
Già nel Settecento i Borboni cercano di affermare la loro presenza con una serie di trattati commerciali, che danno scarso risultato sul piano pratico. Il tentativo riprende dopo la parentesi del Decennio, ma il condizionamento internazionale è pesante: i nuovi trattati con Francia, Inghilterra e Spagna mettono in condizioni di inferiorità la marina nazionale, l'invasione dei cereali del mar Nero e la crisi dei prezzi colpiscono la borghesia fondiaria, l'occupazione austriaca conseguente alla rivoluzione del '20 pesa sull'erario napoletano e costringe il governo borbonico a legarsi ai Rothschild.
In un mondo in cui già esistono colossi industriali la svolta protezionistica attuata con provvedimenti del 1823-24 non ha gli effetti sperati: d'altronde nel '40 l'aperta minaccia dell'Inghilterra per la questione degli zolfi mostra la realtà della subordinazione ai grandi interessi internazionali di uno Stato minore quale è il regno borbonico. Con la riforma delle tariffe doganali del 1845-1846, quindi, si prende atto dell'impossibilità di puntare su ima valida industria nazionale fondata sul protezionismo, e il regno si allinea alla tendenza europea al liberismo, senza, peraltro, migliorare la sua economia.
Per la comprensione dell'arretratezza dell'economia meridionale non si può prescindere dall'aspetto interno del problema, cioè dalla formazione della borghesia e dalla lotta di classe tra Settecento e Ottocento. Nel Settecento la nascente borghesia commerciale, terriera, intellettuale, resta disgregata e dispersa. L'inizio della sua ascesa al ruolo di classe dominante si ha nel Decennio, quando la feudalità è abolita dai Napoleonidi: essa comincia allora una lunga lotta, da una parte col governo, per ottenere il potere politico, dall'altra con i contadini, per stabilire il predominio economico.
Lepre sente l'esigenza di uscire da un discorso generale (e generico) sulla entità ed i limiti dello sviluppo della borghesia meridionale. Servendosi delle fonti disponibili (censimento del 1824, liste di possidenti compilate per la formazione del Parlamento del 1811, dati sugli appartenenti alla Carboneria) avvia una misurazione quantitativa delle strutture socio-professionali, che cerca di utilizzare per l'interpretazione dei moti del '20 e del '48. Le fonti sono poche, non omogenee, e raccolgono dati parziali: non permettono risultati definitivi, anche se danno luogo ad una prima serie di considerazioni che bisognerà tenere presenti in successivi studi.
Lo stesso Lepre, d'altra parte, ha ripreso il problema da un diverso punto di vista, quello della accumulazione capitalistica. Nel Mezzogiorno durante il Decennio la trasformazione dei rapporti di proprietà non si accompagnò ad una trasformazione più vasta e profonda di tutti gli altri rapporti di produzione, e la borghesia, inoltre, non riusci a conquistare la gestione del nuovo Stato... Di qui l'importanza, per tutta l'età del Risorgimento meridionale, del momento politico e di quello statuale. Di qui la questione centrale, la cui soluzione appariva alla borghesia indispensabile per ogni ulteriore sviluppo della società del Mezzogiorno, della realizzazione di una vera e propria rivoluzione borghese, che le desse il dominio dello Stato e le consentisse di servirsene come di uno strumento di accelerazione dell'accumulazione originaria .
Questo è il punto: nel Mezzogiorno nel corso dell'Ottocento si svolgeva l'accumula-zione originaria, un processo in cui era ancora necessario l'intervento dello Stato. L'intervento del governo borbonico in qualche modo ci fu, col protezionismo e con l'utilizzazione del debito pubblico. Il protezionismo attuato con i provvedimenti del '23-24 era, però, insufficiente, in quanto tendeva più a difendere l'economia nazionale che a svilupparla, ed il debito pubblico servi soprattutto a coprire le spese per l'armata austriaca.
Nel Mezzogiorno restava elemento essenziale ed ampiamente diffuso la piccola produzione contadina ed artigiana, modo di produzione precapitalistico. Nel corso dell'Ottocento sembra addirittura aumentare la piccola proprietà, cosa che non facilita lo sviluppo dell'accumulazione originaria in agricoltura; neanche nelle grandi aziende, secondo gli studi finora fatti, si diffondono metodi di gestione capitalistici. Un'analisi dei rapporti con gli Stati europei mostra che le vicende dell'economia internazionale, pur riflettendosi sul commercio napoletano, non favoriscono nel Mezzogiorno la crescita di forme moderne di
produzione.
L'analisi delle condizioni del Mezzogiorno fatta da Lepre nei primi tre saggi del