Rassegna storica del Risorgimento

FERRARI GIUSEPPE; LOVETT CLARA MARIA SCRITTI
anno <1980>   pagina <264>
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264 Giuseppe Monsagrati
Se dunque si vuol mettere un po' d'ordine nella materia bisogna innanzi­tutto sgombrare il terreno da certi equivoci: pensiamo un momento al ruolo che in campo politico Ferrari svolse con il suo programma rivoluzionario soprat­tutto nel 1851, un programma di cui salta subito all'occhio il caratterre astratto, tendente a mettere in crisi il mazzini anesimo più che a costruire una vera alter-nativa di sinistra; o all'atteggiamento da lui assunto tra il 1853 ed il 1858 che non sarà meritevole di essere bollato come bonapartista, se vogliamo essere d'accordo con la Lovett,20* ma che tuttavia apre una patente contraddizione tra l'attesa ferrariana di una iniziativa italiana da parte di Luigi Napoleone e l'an­tica esigenza che era stata tanto vincolante nei confronti del mazzinianesimo di anteporre all'indipendenza la libertà.
E ancora: sulla situazione che si determina nel paese tra il 1860 ed il 1864 la Lovett giustamente ricorda le accuse mosse da Ferrari al Governo come alla Sinistra di usare il richiamo di Roma e Venezia come diversivo dalla solu­zione di più pressanti problemi interni;21* ma è pur vero che, di converso, l'in­vito di Ferrari a guardare ai fatti di casa poteva essere recepito come un mezzo per far dimenticare il peso esercitato dalla Francia sulla politica italiana. Voglio dire che le interpretazioni che Ferrari dava della vita politica, anche quando erano molto acute, non dovevano necessariamente esaurire tutti gli aspetti di una determinata questione. E certo altro ancora si potrebbe ricordare di contrastante con questa immagine di teorico della rivoluzione e della sovversione sociale che gli è stata costruita addosso: come i suoi rapporti col non limpido autonomismo meridionale,22) la convergenza con la maggioranza di Destra al momento del­l'approvazione della Convenzione di settembre,a) il no di principio opposto alla proposta di abolizione della pena di morte, proposta che ai suoi occhi aveva un grave difetto, quello di essere una tesi dei filantropi di cent'anni or sono, tesi sconfitta dalla rivoluzione francese e annegata da Robespierre nel sangue del '93 ,24* la critica mossa alla politica finanziaria di Sella in quanto d'ostacolo ad una riforma militare dispendiosa , indilazionabile se si voleva raggiun­gere il progresso degli altri Stati . Con tutto ciò nessuno si sognerebbe mai di dire che Ferrari fosse un conservatore o un militarista; di sicuro era uno spirito scomodo perché indipendente, gelosissimo della propria autonomia di giudizio, per niente voglioso di confondere le proprie idee con le posizioni di altri, tanto meno con quelle della Sinistra, che lo ricambiò con il rispetto dovuto all'uomo di cultura ma anche con un senso di fastidio per quel suo palese com-
20) Ivi, p. 87. 2l> Ivi, p. 172.
22) Cfr. in proposito ALFREDO CAPONE, L'opposizione meridionale nell'età della De­stra, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1970, p. 122, dove si cita l'osservazione di Emilio Sereni circa una strumentai izzazione del federalismo repubblicano da parte di fautori di resistenze al processo unitario che non sempre avranno carattere progressivo . Cfr. pure la documentazione posta in appendice a CLARA M. LOVETT, Giuseppe Ferrari e la Questione meridionale cit., pp. 82-88.
23) Vedo che navighi a gonfie vele sul Pacifico il grande oceano della maggio­ranza e che ne sei felicissimo , gli scrìverà il 20 novembre 1864 Depreda (FERRARI, Carteggio, p. 209). Veti, anche A. LEVI, Il pensiero politico... cit., pp. 257-258.
2*) FERRARI, Il Governo a Firenze, in SP, p. 937.
25) Parole pronunziate alla Camera il 14 maggio 1872 e riportate da FEDERICO CHÀ-BOD, Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896, Bari, Universale Laterza, 1965, voi. II, p. 639.