Rassegna storica del Risorgimento
FERRARI GIUSEPPE; LOVETT CLARA MARIA SCRITTI
anno
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1980
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pagina
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274
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274 Giuseppe Monsagrali
una ripresa della teoria dei ricorsi storici, fratto di un Vico mal digerito e di un Hegel mal compreso, e aveva l'effetto di reintrodurre nella storia, sotto le vesti del Fato, un oscuro provvidenzialismo; ed era anche la premessa teorica di quel furore di studio, fatto di calcoli e di statistiche, che avrebbe condotto Ferrari al meccanicismo della sua produzione finale.
Noncuranti degli avvertimenti convergenti di Croce e di Berti, molti storici hanno sentito il fascino dell'empirismo ferrariano sul cui apprezzamento ha indubbiamente esercitato un peso positivo il favore con cui è stato giudicato il suo discontinuo radicalismo politico. Anche la Lovett, per solito molto misurata, si è spinta sino a conferire a Ferrari il ruolo di uno degli ispiratori, con Giuseppe Ricciardi e Carlo Pisacane, dei today's Italian radicala, socialists and communist8 .68) Lasciamo stare i radicali, che non mi sembra coltivino il Vezzo di cercare in un passato tanto lontano i loro maestri, e i comunisti che, attualmente un po' in crisi di identità, sono alquanto disorientati su quali foto includere e quali eliminare dall'album di famiglia; ma i socialisti, i soli che con molte cautele potrebbero riconoscere un vago rapporto di parentela con Ferrari, il giorno in cui per uno dei tanti turbamenti degli equilibri interni del loro partito hanno voluto trovare antenati da opporre a Marx ed Engels, si sono rifatti non già al Milanese ma al suo modello d'oltralpe, a Proudhon.69) La questione, tuttavia, è un'altra: parlare di attualità di Ferrari è possibile, e utile, in quella prospettiva in cui tante volte si parla, tanto per fare degli esempi, di attualità del teatro di Plauto o della filosofia di Socrate: l'esercizio, cioè, è lecito, ma a patto che non ci distolga dall'analisi globale di una speculazione che sarebbe mistificatorio considerare per settori e come avulsa dal tempo in cui prese corpo. Altrimenti il giudizio finale rischia di essere fuorviato dal bisogno di mettere in primo piano, più o meno consapevolmente, tutti gli elementi teorici atti a suscitare particolari risonanze nel lettore di oggi a scapito di questo o quel fattore che, per quanto importante, non si presta altrettanto bene ad entrare in un indirizzo predeterminato. In poche parole si rischia di compiere una manipolazione.
Tornando a Ferrari, quegli attestati di modernità di cui periodicamente è stato fatto oggetto si sono tutti configurati in modo da apparire alla stregua di un escamotage con cui salvare il suo pensiero da una sorte infelice: quella di non aver avuto nessun seguito tra i contemporanei e di essere stato superato, tra i posteri, da dottrine molto più avanzate, che era del resto quanto era successo al suo > Vico. Era questo l'effetto diretto della sua scelta di trasferirsi in Francia per vivervi gli anni della maturazione in una posizione che non poteva non essere subalterna rispetto alla cultura del posto quale si veniva esprimendo sia attraverso les philosoph.es salariés, per dirla con Ferrari stesso, sia attraverso i teorici dell'eversione della società borghese. Ferrari passò per tutte e due le esperienze: all'arrivo a Parigi prese a muoversi nell'orbita, tutt'altro che rivoluzionaria, dell'eclettismo cousiniano, dei cui temi fu un riecheggiatore passivo, già sufficientemente appagato per essere sfuggito alla cappa di oscurantismo che avvolgeva il mondo degli studi in Italia: una fase, questa, che non sempre si tiene nella dovuta considerazione per la fretta di puntar dritto su quella, pa
ss) LOVETT, Giuseppe Ferrari and the Italian Revolution oit., p. XII.
69) L'esempio più recente di questa tendenza ce l'ha dato Luciano Pellicani, che in un'intervista sul Messaggero del 28 gennaio 1980 (ROLANDO GIGLIO, Quella strada chiamata autogestione) ha fatto i nomi di Proudhon e F. S. Merlino.