Rassegna storica del Risorgimento
FERRARI GIUSEPPE; LOVETT CLARA MARIA SCRITTI
anno
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1980
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pagina
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277
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A proposito di Giuseppe Ferrari 277
alla don Ferrante (che tali appaiono alcun pagine della Filosofia), e intaccandone le massime certezze: la logica, la metafisica, la religione, la proprietà.*0
Questo sul piano del pensiero, sulla base di un'ipotesi che può benissimo non riuscire affatto persuasiva ma che ci interessa fino ad un certo punto; sul piano politico la nuova concezione di Ferrari guarda con occhio critico alle condizioni in cui si verrebbe a svolgere nella penisola un processo di liberazione che fosse guidato da Mazzini o dal Piemonte; è convinto che l'Italia non potrà mai fare da sé, che sarà decisivo l'intervento della Francia rivoluzionaria, cosa già da lui auspicata nel 1848 e causa principale della sua rottura con Mazzini, ma per imporre il suo pimto di vista che sa essere impopolare dopo il tanto predicare che si è fatto su di un primato italiano, cerca di ottenere il consenso delle grandi masse offrendo loro la prospettiva della legge agraria, un concetto tanto vago che Cattaneo, in una sua doppia recensione dell'opera, eviterà accuratamente di menzionarlo.81) D'altra parte, e senza che se ne accorga, ora Ferrari convalida addirittura e la cosa mi sembra che non sia mai stata notata la posizione assunta da Mazzini nell'aprile del 1848, ammettendo, in palmare contraddizione con quanto sostenuto nella coeva Federazione repubblicana, che sin dal Manifesto di Lamartine del 4 marzo 1848 il senso e le conseguenze della rivoluzione erano annullati e la repubblica ridotta a una forma di governo come la monarchia, a un affare assolutamente francese e interno:83) il che, è evidente, rendeva inutile, già prima dell'avvento al potere a Parigi di un gruppo dirigente moderato, ogni invocazione d'aiuto da parte degli Stati italiani in lotta con l'Austria, e mostrava quanto fosse stata strumentale la sua opposi-zione a Mazzini dopo le cinque giornate milanesi.
Contraddizione a parte, con i progetti politici siamo però su un terreno ben diverso: non basta metterli sulla carta, ma bisogna anche trovare chi li faccia propri ed eventualmente si adoperi a realizzarli. Ferrari non è un uomo d'azione, non ha carisma, e le sue doti umane, posto che ci siano, non sono note a tutti; e i mazziniani lo sanno. Allorché il Monitore della Tipografia Elvetica anticipa qualche capitolo della Federazione repubblicana, Giovanni Grilenzoni si dice molto dubbioso che il libro di un autore che non è né italiano né francese possa far incontro in Italia ; w> molto più irriverente, come è nel suo stile, Gustavo Modena sconsiglia ogni reazione proprio per non fare pubblicità ad un testo che nessuno leggerà e, criticando l'opinione di chi ha visto in Ferrari un gran filosofo (lo che, dopo le fatte esperienze, per ogni uomo di giudizio significa un mona ), ha buon gioco ad ironizzare sul signor Ferrary filosofo
80) Pure non mancano nella Filosofia della rivoluzione elementi che consentono di raccordare la produzione giovanile di Ferrari a quella della maturità: si veda lo spazio dedicato a illustrare il peso della fatalità nella storia (SP, pp. 647-652).
81) Le due recensioni, pubblicate la prima nel numero del 9 settembre 1851 della Voce del Deserto, giornale torinese diretto da Brofferio, e la seconda nel Monitore bibliografico italiano del 18 ottobre 1851, si leggono ora in Tutte le opere di CARJUO CATANEO cit., voi. IV, pp. 823-834.
82) g L'intervento francese era certo, i governanti di Parigi non lo potevano ricusare, ed esso era il segnale della propaganda repubblicana : così Ferrari nella Federazione repubblicana, in SP, p. 305, a proposito delle prospettive aperte dalla rivoluzione parigina. E questo è il motivo dominante in tutta l'opera.
83) FERRARI, Filosofia della rivoluzione, in SP, pp. 897-898
84) Q.( Grilenzoni ad A. Saffi, 7 febbraio [1851], in Archivio del Museo centrale del Bisorghnento di Roma, busta 255/72/4.