Rassegna storica del Risorgimento

GARIBALDI GIUSEPPE; POGGIO MIRTETO STORIA 1849
anno <1980>   pagina <434>
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Ludovico Fulci
riunire un sol uomo, ma ogni notte, come se avessero bisogno di coprire l'atto vergognoso colle sue tenebre disertavano coloro che mi avean seguito da Roma.
Da queste parole si comprende che per Garibaldi la realizzazione di una grande impresa (quella di sollevare le popolazioni dello Stato Pontificio) fosse, almeno in un primo momento, realmente possibile. In un secondo tempo egli prende atto, con rammarico, della sfiducia che c'è nei suoi soldati, della loro incredulità circa l'esito di una spedizione che per loro è una fuga, non per Gari­baldi. Di tale parere è sicuramente il Candeloro, il quale ricorda che, dopo l'en­trata in Todi (11 luglio), Garibaldi pensa ancora di poter sollevare le popolazioni della Toscana. 3
Si direbbe inoltre che per Garibaldi la solenne proclamazione della Costi­tuzione della Repubblica Romana del 3 luglio 1849 non fosse il patetico epilogo di una tragedia, ma una realtà politica e legislativa in funzione della quale agire. Egli espropria, confisca, chiede che si renda giustizia appellandosi alle autorità create dalla Rivoluzione. Lo stesso biglietto da noi proposto all'atten­zione del lettore è una prova di quanto diciamo. La ricevuta che Garibaldi pro­mette il 7 luglio 1849 al Cittadino Gonfaloniere di Poggio Mirteto, in cambio della coppia di cavalli richiesta, è infatti conferma del fatto che egli si preoc­cupa di agire nel rispetto di una legalità che è quella sancita dalla Costituzione. Sempre a Poggio Mirteto, in pari data, Garibaldi dispone che non parta posta per Roma, dichiarandosi altresì responsabile del ritardo del giorno precedente.6)
Garibaldi, dunque, non fugge, ma marcia, come abbiamo visto, attraverso il Lazio, toccando vari comuni dove sa di poter contare su alcune persone fedeli alla causa rivoluzionaria. Per spostarsi senza cadere in trappola e anticipare gli spostamenti del nemico, egli si deve avvalere di emissari che agiscano in suo nome e lo tengano costantemente informato della situazione. Ci pare dunque legittimo ritenere che il compito così delicato di reperire notizie sullo sposta­mento delle colonne nemiche, francesi, austriache, borboniche, spagnole e toscane che gli davano la caccia, fosse affidato a pochi fedelissimi e che anzi in qualche modo se ne occupasse egli stesso.
Venendo all'episodio particolare che ci interessa, sappiamo che Garibaldi lasciò Poggio Mirteto alle 2 del mattino del 7 luglio. Nella linea di marcia se­guita Vacone era il punto più pericoloso. Come spiega De Rossi, fanno capo a Vacone le strade provenienti da Rieti per Contigliano e Cottanello a est e da Civita Castellana per Magliano e Calvi a ovest . Raccolti gli sbandati, dopo una marcia di 27 chilometri, il generale si accampò ponendo la retroguardia composta dalla gente più fidata a Vacone, mentre pattuglie si imboscarono nelle strade per Rieti e Città Ducale. Stando sempre al racconto di De Rossi, Garibaldi percorse minutamente i dintorni ed i fianchi, specialmente della posi­zione di Configni, spingendosi fino a Monte Croce (1124 metri) e solo al tramonto ritornò al campo .8) Si vuole evitare che la fanteria, provata dall'inclemenza del
4) Le Memorie di GARIBALDI nella redazione definitiva del 1872, Bologna, 1932, pp. 298-299.
5) G. CANDELORO, Storia dell'Italia Moderna, Milano, 1979, voi. Ili: La rivoluzione nazionale 1846-1848, p. 450.
6) Epistolario di G. GARIBALDI, voi. II (1848-1849), a cura di LEOPOLDO SANDRI, Roma, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 1978, p. 192.
7) E. DE Rossi, op. cit., p. 19.
8) Ibidem