Rassegna storica del Risorgimento

ARCHIVIO DI STATO DI MODENA ARCHIVIO FINZI; FINZI GIUSEPPE CART
anno <1981>   pagina <222>
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Libri e periodici
rurale, che disponeva a suo piacimento di rendite e di benefici, affidandoti a parenti, amici, clienti, senza riguardo agli interessi della Chiesa. A ciò si aggiungano la persistenza di vecchi riti liturgici di origine bizantina e i sotterranei influssi dell'antica cultura araba siciliana, che, imbarbaritisi in seguito alla rottura dei rapporti con l'Oriente cristiano e mussulmano, erano degenerati in un ammasso di superstizioni e di ritualismi magici, cor­rompendo pure la pratica religiosa cattolica, e si avrà un quadro completo della decadenza della spiritualità isolana e dell'apparato ecclesiastico locale. Né l'avvento della dinastia borbonica nella quarta decade del Settecento migliorò di molto la situazione. Una certa storiografia laicista e di matrice illuministica ha particolarmente elogiato il riformismo borbonico e la sua azione anche nei riguardi delia Chiesa, che avrebbe portato un minimo d'ordine, di progresso e di razionalità pure in essa, eliminando in buona parte il peso della manomorta ecclesiastica, ridimensionando il potere degli ordini religiosi si pensi solo all'elogio d'un tempo alla soppressione dei gesuiti e alla vendita delle loro estese aziende agricole , lottando contro le superstizioni popolari ed ima religiosità magica. Nella realtà, invece, le cose si svolsero in modo molto diverso, come hanno dimostrato gli studi più recenti dello stesso Gabriele De Rosa, di Renda, di Placanica ed ora questo di Angelo Gambasin. La monarchia borbonica intervenne, si, pesantemente nella vita interna della Chiesa dei regni di Napoli e di Sicilia, ma non tanto per riformarla quanto piuttosto per assoggettarla ai suoi voleri e per staccarla da Roma, così da farne una sorta di Chiesa gallicana nazionale meridionale. H concordato del 1741 cosi come quello postnapoleon ico del 1818 portarono effettivamente un certo ordine nella farraginosa struttura ecclesiastica del reame, riducendo alquanto il numero, pletorico, delle diocesi, riordinando i seminari, fissando alcuni limiti per l'ordinazione sacerdotale, ma in cambio asservirono l'episcopato alla Corona, trasformandolo in un supporto amministrativo dello Stato, burocratizzandolo e rendendolo responsabile del controllo della vita non solo religiosa ma anche in buona misura civile dei fedeli, assoggettandolo a pesanti controlli censori e polizieschi in tutti gli aspetti, della sua attività pastorale, alla quale furono imposti pesanti limiti e vincoli, per impedire che colpisse quei centri di potere economico e spesso politico che erano divenute le strut­ture ecclesiastiche minori, le rieetlizie nell'Italia meridionale e le comunerie in Sicilia, consorterie di preti che amministravano in comune il patrimonio della loro chiesa, usato per sovvenire alle necessità di parenti ed amici più che per finalità religiose. Tali parti­colari istituzioni ecclesiastiche, di natura patrimoniale laicale, erano protette dal governo borbonico perché consentivano una facile ingerenza negli affari spirituali e minavano dal­l'interno l'autorità episcopale, resa cosi anche più debole di fronte alla Corona. Data, inoltre, l'endemica miseria e depressione economica del Sud, esse costituivano ottime occasioni di sistemazione per chi non aveva altre possibilità di inserimento sul mercato del lavoro, sicché nell'apparato ecclesiastico finivano con l'entrare, molto spesso, elementi senza alcuna vera vocazione, ma solo desiderosi di una tranquilla sistemazione e dimentichi dei loro doveri pastorali. Tutto ciò provocò, naturalmente, il decadimento morale e culturale del ceto sacerdotale, mentre anche i conventi ed i monasteri, decisi assertori della propria autonomia nei riguardi dei vescovi, in ciò sostenuti dai tribunali regi, degenerarono sempre più, perdendo quel ruolo e quella funzione di fari della cattolicità nella Sicilia che avevano avuto durante il medioevo e agli inizi dell'età moderna. In questo modo l'isola si trovava provvista di fin troppo clero secolare e regolare, ma dal livello intellet­tuale molto modesto, mentre non pochi monaci e sacerdoti davano adito a scandalo con le loro imprese banditesche e la loro partecipazione al brigantaggio, con il concubinato notorio e con malversazioni economiche e dissipazioni del patrimonio ecclesiastico, desti­nato ai poveri e ai bisognosi*
É, appunto, in questo quadro di sfacelo morale e materiale che, superando nume­rose resistenze governative* i vescovi siciliani riuscirono a riunirsi in congregazione nazionale nel giugno del 1850 per discutere a fondo e collegialmente i problemi pastorali della loro missione. Il vecchio ordine ora ormai in crisi, gli eventi del 1848-49 erano ancora recenti, l'autonomismo insulare era più forte e vivo che mai nonostante ogni repressione napoletana, l'azione del governo era tesa ancor più a fare della Chiesa il suo estremo puntello in quella situazione di crisi, la vita religiosa locale era quella sopra descritta, sicché la conferenza episcopale palermitana era veramente l'occasione per un discorso di fondo sulle condizioni, sul significato e sul ruolo della Chiesa in Sicilia in