Rassegna storica del Risorgimento
ARCHIVIO DI STATO DI MODENA ARCHIVIO FINZI; FINZI GIUSEPPE CART
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1981
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Libri e periodici
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quél delicatissimo momento e sulla funzione che essa doveva esercitare in futuro colà, in una società che incominciava a modificarsi abbastanza rapidamente sia sul piano delle strutture sia su quello delle mentalità e della cultura. In tale occasione, perciò, i vescovi discussero a fondo tutti i problemi concernenti il loro ministero e i rapporti con la monarchia, preparando il terreno, per quanto era possibile allora, al graduale sganciamento dalla soggezione alla Corona, che era uno degli elementi di fondo della nuova politica pontificia, volta a liberare, nel regno delle due Sicilie come in tutta la cattolicità, la Chiesa dagli impacci mondani, insistendo sulla sua missione spirituale ed esclusivamente pastorale. Quelli furono, infatti, gli anni delle prime grandi conferenze regionali e nazionali degli episcopati europei, in cui ai posero le basi della nuova concezione ecclesiologica cattolica, che sarebbe culminata nel Concilio Vaticano I e nell'affermazione della primazia papale a discapito delle autonomie delle singole chiese nazionali e nella rivendicazione del rapporto diretto tra i diversi episcopati e Roma, visto come superamento della vecchia condizione di assoggettamento dei primi ai rispettivi stati. L'assise sicula fu il primo esperimento di tale nuova politica pontificia di lungo periodo, che avrebbe dato i suoi frutti parecchio più in là nel tempo, specialmente dopo che la spedizione garibaldina, liquidando la dinastia borbonica, pose pure termine alla sua vessatoria politica ecclesiastica. Il nuovo Stato liberale, a parte le leggi eversive e le soppressioni di enti religiosi che caratterizzarono gli anni Sessanta, lasciò libero il Vaticano di operare come meglio riteneva quanto all'assetto interno della Chiesa. D'altronde non si deve scordare che la soppressione delle rìcettizie e delle comunerie, eliminando un grosso ostacolo all'azione pastorale dei vescovi, finì per favorirne l'esercizio del potere e il programma di razionalizzazione della Chiesa napoletana e siciliana.
La congregazione palermitana del 1850, perciò, che, pur essendo il pretesto della ricerca di Gambasin, nel volume si pone come la sua conclusione logica, fu l'occasione per fare un bilancio del deplorevole stato della Chiesa siciliana, impacciata da mille ostacoli giurisdizionali dei governi borbonici e indebolita dalla persistenza di cospicue aree esenti al suo interno, che facevano sì che il messaggio evangelico giungesse poco e male all'insieme del popolo. Una massa di clero imbelle e pletorico era il freno maggiore ad ogni tentativo di riforma dall'alto anche da parte delle autorità ecclesiastiche e della gerarchia episcopale, ma, al riguardo, si deve pure rammentare che questi preti e monaci, così profondamente commisti alla popolazione, di cui condividevano vizi e virtù, passioni e miseria, costituivano un legame, distorto e deformato quanto si vuole ma saldo, tra la Chiesa e la comunità dei fedeli, le cui necessità e debolezze conoscevano molto bene e certamente meglio, nella maggior parte dei casi, degli aristocratici vescovi, che vivevano in città e conoscevano il loro popolo solo in occasione delle visite pastorali, quando era loro consentito svolgerne, il che, sotto i Borboni, avvenne piuttosto di rado. Fu tra questo clero plebeo che i garibaldini trovarono, almeno agli esordi della loro spedizione, numerosi convìnti seguaci e sostenitori, anche se, poi, la maggior parte d'essi li abbandonò quando s'accorse che non erano portatori, come avevano creduto, di una palingenetica rivoluzione sociale.
Di tutto ciò il Gambasin ha saputo rendere compiutamente ragione nella sua accurata ed analitica indagine, che è senza dubbio l'affresco più completo e dettagliato della storia socioreligiosa siciliana tra XVIII e XIX secolo, di una storia, come s'è visto, ricca di contraddizioni e di ambiguità, ma corposa e sanguigna come poche. Da un lato v'era un episcopato impregnato di concezioni sacrali e regali della propria missione, che si sentiva erede di una gloriosa e secolare tradizione spirituale, affondante le proprie mitiche origini nei primordi cristiani dell'isola al tempo della predicazione paolina e tempratasi al fuoco delle lotte per la vera fede contro gli infedeli mussulmani e gli scismatici ortodossi bizantini, convinta di esprimere l'essenza della vita morale e culturale della nazione siciliana. Dall'altro v'era, invece, un basso clero che si sentiva legato materialmente e concretamente alla grande massa della popolazione, che si esprimeva in una religiosità magica e irrazionale, impregnata di superstizioni, ma vissuta profondamente e con una partecipazione psicologica esclusiva, che faceva del ritmi liturgici della vita ecclesiastica il perno e la sostanza della propria vita quotidiana, realizzando una simbiosi tra sacro e profano di un'intensità rara altrove anche a quei tempi. Di questa drammatica dialettica religiosa