Rassegna storica del Risorgimento

AZEGLIO MASSIMO TAPPARELLI D' LETTERE
anno <1981>   pagina <348>
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Libri e periodici
FRANCA ASSANTE, II mercato détte assicurazioni marittime a Napoli nel Settecento. Storia della Real Compagnia , 1751-1802; Napoli, Giannini, 1979, in 8, pp. 345. S.p.
Il contributo dell'Assalite, già nota per le sue analisi di storia economica e sociale, può dirsi un excursus nel settore terziario, per lo più trascurato dagli storici del Mezzo­giorno. Esso si impone all'attenzione degli specialisti per l'interesse del tema e per la maturità e la profondità dell'indagine.
Lo sviluppo del terziario rappresentava una delle tappe fondamentali per il conso­lidamento delle strutture economiche del regno di Napoli. Ciò andava emergendo dal serrato dibattito degli economisti meridionali e non era mero ossequio ai pregiudizi mer­cantilistici ; nelle loro prescrizioni di politica economica, più che linee di sviluppo anta­gonistiche, dirette a privilegiare l'uno o l'altro dei settori di attività, si poteva cogliere l'incitamento a favorire una crescita bilanciata. Ma, come è noto, l'economia meridionale del secolo XVIII era tutt'altro che armoniosa.
Lo pone in luce l'A., in un capitolo introduttivo cui si perdona l'ampiezza per la precisione e l'acume con cui è delineato l'ambiente economico meridionale. L'Assente sot­tolinea la centralità dei problemi della capitale, parassitaria e inefficiente, le cui necessità condizionavano la politica economica del paese: gravoso fardello che contribuiva a frenare ogni slancio riformatore. Risolvere i problemi di Napoli, renderla produttiva, avrebbe rap­presentato un sostanzioso passo avanti. Di qui, nota l'Assante, l'importanza del potenzia­mento del settore terziario: la funzione del commercio, specialmente di quello internazio­nale e Napoli, grosso modo, accentrava oltre i due terzi del commercio d'importazione e un terzo di quello d'esportazione doveva consistere nel provocare una sostenuta accu­mulazione, tale da promuovere l'occupazione e dare cosi maggiore stabilità al quadro politico.
Nella previsione di un'ampia rete di servizi, necessario supporto allo sviluppo delle attività commerciali, si imponeva l'istituzione di una compagnia di assicurazione, capace di competere con le agguerrite consorelle straniere, nelle cui mani finiva per cadere larga parte del mercato assicurativo del Regno. Sembra di poter aggiungere che, anche in questo campo, la ricerca di indipendenza nazionale fu il movente principale della politica borbonica, mo­vente che le impresse grande vivacità conferendo dignità nuova al governo e al paese. Essa, però, fu perennemente condizionata dai fatti e frustrata nei risultati complessivi: l'impo­tenza marcava quasi ogni passo dei sovrani napoletani e non permise il ribaltamento del­l'ormai avviato processo di satellitizzazione del paese, con effetti evidenti sia sul piano politico che su quello economico. Ma ancor più significativa e più gravida di conseguenze fu la carenza del potere regio sulla struttura sociale del regno. Il processo di interazione fra cause ed effetti della soggezione del regno alle maggiori potenze europee, pesante retag­gio del suo recente passato, si realizzava nella forza del baronaggio e della feudalità: non a caso l'aristocrazia più tradizionalista restava fortemente legata alla monarchia spagnola. Quindi la borghesia trovava più agevole adeguarsi alle strutture feudali, troppo forti per essere vinte, in seno alle quali si ritagliava vantaggi cospicui, che rappresentavano un ostacolo per ogni mutamento istituzionale di qualche rilievo.
Se questa era la realtà meridionale e l'interpretazione deU'Assante si muove su queste linee (vedi p. 172) non era possibile un avvenire roseo per la Real Compagnia delle Assicurazioni di cui l'Assante traccia la storia, dopo aver presentato, con molta precisione, la tecnica delle operazioni di assicurazione marittima e lo stato della concorrenza. Con tale fondazione culminava la vasta opera riformatrice di Carlo di Borbone in materia di commercio marittimo. Sulla scia del sovrano, che fu il principale azionista della Com­pagnia, alla sottoscrizione del capitale parteciparono i maggiori mercanti del regno, spe­cialmente quelli interessati al commercio delle derrate agricole per il rifornimento della capitale, cui si affiancarono esponenti politici e assicuratori privati. Ma la partecipazione del ceto mercantile fu inferiore al previsto, nonostante la concessione alla Compagnia del ius privativo. L'imprenditorialità non era tra le caratteristiche della borghesia napoletana, poco avvezza a impegnarsi in attività rischiose. Perciò i vantaggi davvero fuori misura che vennero assicurati agli azionisti della Compagnia e, in particolare, gli utili rilevantissimi distribuiti previo assenso regio (del 172 per cento del capitale tra il 1761-62 e il 1770-71 e del 251 per cento nei primi venl'anni) non vanno additati come scandaloso esempio, ma