Rassegna storica del Risorgimento
AZEGLIO MASSIMO TAPPARELLI D' LETTERE
anno
<
1981
>
pagina
<
349
>
Libri e periodici
349
piuttosto come un'iniziativa di chiaro segno politico. Con la sua graduale azione riforma-tnce contro la feudalità, Carlo intese sollecitare il medio ceto perché, sviluppandosi, si ponesse come base politica alternativa per la monarchia. I coraggiosi interventi del sovrano nei settori produttivi, pur collocandosi nel quadro della imperante politica mercantilistica, miravano anche a tale scopo, non certo secondario.
E fu questa, in realtà, la principale funzione della Real Compagnia che ebbe, per il resto, un ruolo marginale. Essa, infatti, servi solo in parte il grosso commercio, ma lavorò molto di più con piccoli operatori, che difficilmente avrebbero potuto ottenere pari condì-zioni da assicuratori privati. Contribuì così sostiene l'Assante a creare una nuova classe di mercanti, proprio secondo le intenzioni di Carlo. Questo compito, non si sa quanto consapevolmente, fu attuato anche quando la politica ierdinandea si mostrò più incline alla nobiltà che al terzo stato. La propensione per l'aristocrazia si notò, in particolare, all'atto dell'aumento del capitale sociale, quando i rappresentanti del ceto mercantile dovettero cedere il passo a esponenti della nobiltà, che mostrarono interesse per inconsuete attività mercantili a causa, probabilmente, della crisi dei redditi tradizionali, di tipo feudale, taglieggiati e dalle riforme portate comunque avanti da Carlo e dalla svalutazione monetaria.
L'investimento nella Compagnia poteva diventare gratuito per i più abili: gli azionisti potevano versare la quota in partite di arrendamento su cui contemporaneamente riscuotevano gli interessi, e partecipavano alla distribuzione degli utili della Compagnia. Era ovvio che, sia per questo motivo, sia per i ritardi e le inadempienze nel versamento dei premi, la Compagnia attraversasse frequenti crisi di liquidità. In tal caso, però, era più conveniente prendere danaro a prestito dai banchi pubblici a tassi notevolmente bassi che obbligare ì soci al versamento delle quote.
A fronte della funzione sociale che non va sottovalutata e che, come si è visto, fu risolta mediante gli incentivi all'investimento e la politica gestionale sta però l'andamento, nel complesso negativo, dell'attività societaria. A determinarlo, in vero, contribuiscono più le condizioni generali dell'economia meridionale, che la cattiva amministrazione o i difetti nell'organizzazione. Nell'agone commerciale che opponeva le maggiori potenze europee, il Regno occupava un posto di terz'ordine e per il peso politico e per la esitante e contradittoria politica economica. Le necessità annonarie, infatti, impedivano al paese di occupare con sicurezza il ruolo di esportatore di derrate agricole concessogli dalla sua struttura economica. Partito Carlo, alla vasta opera di programmazione si era andata sempre più sostituendo una politica episodica. Così nonostante l'Acton anche la marina mercantile rimase debole e insufficiente, mentre le incursioni dei Barbareschi , mai realmente fiaccati, contribuivano a ridurre le possibilità di traffici, ed elevavano i rischi della navigazione. Per tali motivi i mercanti nazionali preferivano, in genere, servirsi di bastimenti stranieri e così sfuggivano anche al vincolo della privativa, peraltro limitata, della Real Compagnia.
Che la Compagnia assicurasse i legni nazionali anche nei periodi di maggiore effervescenza dell'attività predatoria, quando tutte le altre rifiutavano di farlo, mentre non serviva ad ampliare in maniera consistente il giro degli affari, produceva perdite che si riflettevano negativamente sulla gestione della società. I vantaggi che essa poteva offrire apparivano comunque inadeguati per una reale conquista del mercato. Se i premi fìssati erano più bassi del 20 per cento rispetto a quelli correnti sul mercato precedentemente alla sua istituzione, rassicurarsi colla Compagnia comportava spese notarili e rappresentava un momento di ufficializzazione degli scambi assai poco apprezzato da quanti, e dovevano essere la maggioranza, frodavano il fisco o operavano in contrabbando. Di più, la mancata istituzione di agenzie negli altri porti del Regno aveva tolto alla Compagnia ogni possibilità di giovarsi appieno del commercio di esportazione che faceva capo, ad esempio, ai porti pugliesi.
La Compagnia fu inoltre condannata a fungere da struttura al servizio della capitale (la gran massa delle operazioni si riferiva al commercio interno da e verso Napoli) e, specie al cadere del secolo, come strumento della mano pubblica perché costretta ad assicurare a condizioni di favore i carichi per i rifornimenti annonari. Essa quindi, perché lontana dal commercio internazionale non avvertì affatto la ripresa economica che dopo il 1764 interessò specialmente questo settore, mentre partecipò appieno alla crisi di fine