Rassegna storica del Risorgimento

AZEGLIO MASSIMO TAPPARELLI D' LETTERE
anno <1981>   pagina <351>
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Libri e periodici
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ne ereditò la parte più cospicua, che riparti con un patto di famiglia nel 1880 fra sei figli, giacché oramai l'impero fondiario di Marcantonio Borghese non faceva più parte di uno Stato come quello Pontifìcio, bensì del nuovo Regno d'Italia, liberale e laico, alle soglie della grande crisi agraria ed anche per questo teso ad un cambiamento radicale del proprio apparato produttivo e del proprio modello di sviluppo, e per di più completamente inse­rito in una dimensione internazionale dei rapporti economici nel cui ambito veniva rapi­damente maturando la dissoluzione di vecchie forze e rapporti produttivi (p- 36). Il Pescosolido ha usato la vasta documentazione dell'Archivio della famiglia, depositato presso l'Archivio Segreto Vaticano. Una ricerca del genere può svolgersi in vari modi: studiare l'influenza che la grande casata ha sul governo del tempo (napoleonico, pontificio, unitario) per superare indenne i passaggi di regime e rafforzarsi; o l'attività mondana e culturale dei salotti, la partecipazione allo sviluppo urbanistico della capitale dopo Porta Pia, e te. L'autore decide invece di puntare a un argomento meno appariscente, l'amministrazione dei beni patrimoniali, per la maggior parte terrieri, tralasciando, talvolta, analisi dei dati minuti per ottenere delle sintesi di più ampio respiro. Superata indenne la tempesta napoleonica, con Marcantonio si ebbe il più vigile amministratore di tutta la storia Borghese. In base ai registri contabili delle varie aziende il Pescosolido può verificare una crescita in generale della produzione (fra l'altro M. A. Borghese è il primo a colti­vare nel Lazio la barbabietola da zucchero) attraverso l'estensione e l'intensificazione dei colti. In questo i latifondisti fiutino avvantaggiati dall'incremento demografico, che offrendo maggior forza lavoro fece sì che i salari per un cinquantennio rimanessero inva­riati. Un nodo di interessi rimasto controverso e foriero di battaglie legali furono gli usi civici e i diritti promiscui. Spesso questi ultimi non erano più convenienti economica­mente per i proprietari e i Borghese cercarono d'affrancarsene, sostenendo decennali lotte in tribunale. Queste proprietà promiscue costituivano certamente un freno a una moder­nizzazione dell'agricoltura, ma d'altro canto permettevano a misere comunità la sussistenza. In merito alla gestione dei fondi rustici ancora a metà dell'800 il sistema più larga­mente usato dall'aristocrazia e dai Borghese rimaneva il grande affitto, concesso a quella singolare figura d'operatore economico che era il mercante di campagna; sistema che se da una parte poteva comportare rendite nette senza problemi, dall'altra con affittuari avidi poteva arrecare un eccessivo sfruttamento della terra. I rimedi consistevano in contratti dettagliati e a lungo termine (9-12 anni, rinnovabili), e a partire dal 1839 i libri mastri a partita doppia. Scorrendo l'abbondante documentazione prodotta in questo libro si potrebbe credere che le pingui rendite non creassero problemi al mantenimento di livelli di vita principeschi. Accanto alle entrate aumentavano però le spese personali (matrimoni, doti) e di prestigio, ma anche la morosità degli affittuari, raggiungendo un grado sconosciuto da decenni, e al fermine della vita di Marcantonio produssero i primi disavanzi di bilan­cio. Il successore Paolo reagì migliorando i fondi esistenti, passando alla gestione diretta di essi, e rinunciando a nuovi acquisti. Ma la crisi generale che investiva l'aristocrazia romana e le maggiori imposte fondiarie non dovevano risparmiare la posizione di premi­nenza economica nella capitale e nel Lazio detenuta dai Borghese.
FLORIANO BOCCINI
ILARIA PORCIANZ, L' Archivio Storico Italiano . Organizzazione della ricerca ed economia moderata nel Risorgimetnto (Biblioteca di storia toscana moderna e contemporanea. Studi e documenti, 20); Firenze, Olschki, 1979, in 8, pp. VI-302. S.p.
Agli inizi del XIX secolo l'Italia presentava, per tanti versi, l'immagine di un paese relativamente arretrato dove a carenze e ritardi strutturali si sommavano motivi congiun­turali di difficile rimozione. Per economia e cultura la Penisola sembrava davvero il fana­lino di coda dei grandi paesi europei: il reddito procapite era meno di un terzo di quello francese e un quarto di quello inglese, l'indice di mortalità uno dei più alti in Europa; nel campo dell'alfabetizzazione si segnavano poi ritardi tali che negli anni dell'Unità si conta­vano ancora il 75 di analfabeti contro il 40 della Francia, il 30 dell'Inghilterra e