Rassegna storica del Risorgimento
AZEGLIO MASSIMO TAPPARELLI D' LETTERE
anno
<
1981
>
pagina
<
356
>
356
Libri e periodici
regione (comprese naturalmente le provincie di Lucca e Massa, che erano invece escluse nel Settecento, e di cui perciò FA. non si occupa) un secolo e mezzo più tardi, onde poter cogliere le trasformazioni intervenute in una società ed in un perìodo che, mette appena conto rilevarlo, vengono assunti correntemente quali espressioni pressoché canoniche di una certa lettura del Risorgimento in chiave moderata.
I risultati di queste trasformazioni possono sintetizzarsi come segue:
a) il settore delle colture legnose specializzate, un terzo a vigna e due terzi ad oli-veto, non solo non si sviluppa né quantitativamente né qualitativamente, ma anche sembra rimanere circoscritto in aree ristrette , meno del 3 della superficie territoriale;
6) nell'ambito di quest'ultima il seminativo passa dal 34 al 51 togliendo circa 400 mila ettari al sodo a pastura ;
e) l'area boschiva s'incrementa dal 31 al 34 della superficie territoriale, donde l'importante conseguenza che nel corso dell'Ottocento in Toscana si debba parlare in generale più di un processo di dissodamento nel senso, per così dire, proprio del termine, che di disboscamento vero e proprio ;
d) l'incremento del seminativo si registra soprattutto, in entrambi i casi con una triplicazione dell'area, nelle provincie di Grosseto e di Livorno, ma nel primo caso in forma semplice, promiscua nel secondo;
e) a il processo secolare di messa a coltura di nuove terre, così differenzi a Lo e articolato a seconda delle varie zone della regione, ha come suo sbocco, come suo punto d'arrivo, un quadro notevolmente più omogeneo della Toscana ;
/) l'oliveto s'incrementa del 58 ma pressoché esclusivamente in coltura promiscua anziché in quella tradizionale a bosco, interessando in tal modo a fondo non solo le zone di Volterra e di Cecina ma quella di Prato ed il Mugello in una provincia di Firenze il cui grado d'intensità culturale era già altissimo ai primi dell'Ottocento;
g) il grano scende dal 65 al 46 del seminativo, e con esso l'orzo e la segala, a vantaggio delle leguminose da foraggio, con una resa per ettaro che sale da una media di 7 ad una di oltre 11 quintali, sempre piuttosto bassa.
Per quanto concerne dunque complessivamente le coltivazioni erbacee, il Pazzagli conclude documentatamente che oc si ha l'impressione di assistere, per cosi dire, al compiersi, in estensione e in profondità, al perfezionarsi, al razionalizzarsi per certi aspetti, piuttosto che al trasformarsi, di un quadro esistente nelle sue linee fondamentali già nella prima metà del secolo scorso .
Quanto al patrimonio zootecnico, l'aumento dei bovini a danno degli ovini (ma con la sostituzione della vacca al bue come animale da lavoro, ad eccezione del Chianti, del Volterrano e del Senese), lo scarso sviluppo della motorizzazione nelle aree collinari della mezzadria classica, definiscono anche qui una linea di sviluppo generale, senz'altro positiva ma abbastanza contenuta, e fondata sulla base di una utilizzazione e di uno sfruttamento crescente del lavoro mezzadrile più che di un aumento sensibile degli investimenti di capitale .
Senonché a questo punto l'eccellente ricostruzione di storia agraria del Pazzagli s'impantana nelle difficoltà e nelle insufficienze della storia generale, il movimento contadino di cui si conosce ancora troppo poco, i mezzadri che non si sa se classificare come piccola borghesia relativamente autonoma (Sylos Labini, con cui è d'accordo l'A.) ovvero come ceti in via di proletarizzazione a causa del progressivo distacco dai mezzi di produzione (e scusate se è poca differenza!), ed ancora e sempre e soprattutto, naturalmente, l'elemento magico della mezzadria, per dirla con Cosimo Ridolfi, che il Pazzagli può interpretare in termini di sopralavoro e di sottoconsumo, senza peraltro riuscire a disconoscere ce la spiccatissima influenza equilibratrice della mezzadria nei fenomeni di distribuzione del reddito .
Ed è essa, con la funzione insostituibile affidata proprio agli aspetti più arcaici del sistema , la natura della remunerazione del lavoro, la scarsa consistenza delle scorte vive e della meccanizzazione, ad autorizzare più che legittimi dubbi conclusivi sulla tesi classica che vede nella Toscana ottocentesca un processo compiuto di transizione al capitalismo agrario: e sono dubbi, occorre aggiungerlo, che non attengono soltanto alla storia
che si legge sui libri*
RAFFAELE COLAPIETBA