Rassegna storica del Risorgimento

CRISPI FRANCESCO CARTE; MANCINI PASQUALE STANSLAO CARTE; MUSEO
anno <1981>   pagina <494>
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Libri e periodici
Solo qualche storico di grande umanità ha saputo gettare lo sguardo fra le letture di gente portata a morire in guerre non sempre condivise, se non addirittura avversate, o in campi di prigionia: i ricordi di Ghisalberti ripropongono in maniera aperta ed anche di nuovo stimolante uno studio attento della ricerca di senso del patriottismo. Questo libro non riguarda quindi solo la grande guerra, né tanto meno quella parte di essa che precede il grande dramma di Caporetto, ma sollecita l'attenzione a tutto il significato della cultura quale fondamento del rapporto Stato-cittadino nei momenti cruciali. Forse oserei dire, para­frasando una celebre frase di un teorico dell'arte militare: la guerra è stata, nella tradi­zione patriottica italiana, la prosecuzione della cultura con altri mezzi, nel senso che, come la cultura esprimeva in tempo di pace l'impegno globale delle persone (che ne facevano professione e che vi si riconsegnavano), essa in qualche misura si trasferi nella risposta piena alla chiamata in guerra, mantenendo un reale legame con il resto della vita in bor­ghese di questi intellettuali.
Guardiamo che cosa leggono questi ufficiali improvvisati e presto già esperti: con­tinuano a leggere quelle fonti del loro impegno etico che già leggevano a casa; il nostro autore è preciso, documentato in questo e ci fornisce una ricca e amabile informazione sulle collezioni di testi, proseguite e completate dalla trincea. Ma attenzione: non sono libri di evasione dalla realtà né panni curiali indossati sopra le divise per ritirarsi in un mondo appartato; anche quando non sono volumi di poeti della patria, di storici della guerra, recano il segno di quella continuità fra l'impegno culturale e le armi. Valga per tutti l'esempio delle poesie di Salvatore Di Giacomo e l'edizione zanichelliana delle Let­tere di Carducci che aiutavano il nostro a far pratica in mitraglieria ; a smontare e rimontare pezzi o, in casi più impegnativi, ad uscir di pattuglia.
Una riprova di questo speciale sostrato culturale della vita militare di questi gio­vani ufficiali è il segno che essa ha lasciato nelle loro storie personali. Forse solo adesso, leggendo questi ricordi ho afferrato i profondi fili di continuità fra le vicissitudini guer­resche e il tipo di insegnamento universitario del Ghisalberti, ben al di là delle facili impressioni intorno alla propensione dei reduci a ricordare i momenti in cui hanno visto accanto la morte e la violenza. Cosi comprendo bene la prima parte di questo libro, quasi una carrellata sulla propria vita, prima e dopo quel biennio di trincea e di rischi. In certa misura la prova di guerra non fu eccezionale, nel senso etimologico del termine, mentre invece un po' eccezionale fu la vita culturale al fronte di qualche letterato profes­sionista: si rileggano le lettere di Ojetti e si vedrà che la passione per la cultura prevale sul fenomeno bellico. Qui all'opposto.
Allora mi spiego perché in queste fitte pagine la descrizione degli aspetti materiali, brutali della guerra sia così contenuta, e non solo nelle genuine lettere a casa consapevoli della censura ma anche nel pur vivissimo ricordo narrativo. L'azione su una quota carsica, i cui metri non arrivavano al numero dei deputati anzi ne mancavan ben trecento , o prima la resistenza durante la Strafexpedition o ancora lo stillicidio delle prove fra Sleme, Krn e Mrzli, proprio gli avvenimenti cui l'autore ha preso parte in prima persona, sono appena disegnati sullo sfondo della storia più grande, quella che davvero conta per questo studente ufficiale, la storia morale dell'incontro della sua generazione con il dovere estremo per il proprio paese. Eppure la preparazione tecnica militare non manca: con rapidi tocchi lo stile della piccola guerra appare chiaramente; ma la memoria storica, per sé e per gli altri, corre rapidamente ad un altro piano. In fondo questi ricordi ci spiegano, attraverso la presentazione quotidiana dei fatti interiori ed esteriori, il perché del si pro­nunciato continuamente per l'intero conflitto, del consenso alla guerra o meglio alla chiamata in coerenza col proprio passato e con il progetto del proprio futuro. Forse c'è una parte di quell'interventismo democratico, che rifuggiva dal chiasso incoerente dive­nuto spesso silenzio in taluni rimasti a casa, ma c'è anche me lo consenta l'autore molto neutralismo (e non solo alla De LoIIis), di quel neutralismo fatto di senso dello Stato, di assunzione di responsabilità. Mi paiono significativi i ripetuti riferimenti polemici agli interventisti parolai e imboscati e le scarse battute contro i neutralisti. Di più: la lotta è condotta si secondo gli ideali di compimento del Risorgimento, ma non tanto contro