Rassegna storica del Risorgimento

<> 1850-1870; PAPATO POTERE TEMPORALE
anno <1982>   pagina <197>
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Sulla difesa del potere temporale 197
del modernismo, verso il semplice integrismo. Con terminologia di stampo eco-nomicistico, Gabriele De Rosa proponeva alcuni anni or sono uno stadio della Questione Romana come storia dei rapporti città-campagna, intendendo il potere temporale come l'ultima riserva che preservava la Chiesa dal confronto diretto con il mondo capitalistico-borghese.74) Cioè lo Stato Pontificio era un pilastro a coi ancorare la dottrina politica tradizionale della Chiesa: la sua fine contribuì ad accelerare quella conciliazione con la civiltà moderna condannata da Pio IX nell'ultima proposizione del Sillabo.
Ma già mentre ancora sussisteva lo Stato della Chiesa sono individuabili delle cadute di tono nell'intransigentismo e nelle argomentazioni recate in difesa della sovranità temporale. Tra le motivazioni in suo favore addotte dalla Civiltà Cattolica quelle strettamente religiose sono decisamente prevalenti. Si sotto-linea cioè che la ragione prima e più importante della necessità del potere tem­porale è che rebus sic stantibus esso era indispensabile per garantire la piena indipendenza dell'autorità spirituale del Pontefice. Sono pure presenti nelle pagine della rivista, ma in misura minore, ragioni di carattere sociale e politico, il fatto cioè che il potere temporale tutelava la dottrina e l'azione della Chiesa in campo socio-politico a favore del mantenimento (o della restaurazione) della civiltà cristiana e dello Stato tradizionale. Ancor più in secondo piano è la sottolineatura orgogliosa dei caratteri peculiari dello Stato Pontificio; anzi, dopo il 1860, si preferisce porre sempre meno l'accento sugli aspetti teocratici dello Stato della Chiesa e quasi si sente il bisogno di giustificarsi se il bene della Chiesa e l'indipendenza del Pontefice impongono che i romani siano governati da un regime così particolare. Semmai sono gli intransigenti cattolici non ita­liani, si pensi a Manning e a Veuillot, a proclamare, con accenti convinti e senza complessi d'inferiorità, di essere orgogliosi dello Stato Pontificio e a dimo­strare efficacemente il legame intercorrente tra potere temporale e sopravvivenza di quanto restava in Europa delle istituzioni politiche tradizionali e cristiane.
È noto che La Civiltà Cattolica riteneva in astratto lecita qualunque forma di politico reggimento , assoluto o costituzionale che fosse. I governi rappre­sentativi ripetono con insistenza gli scrittori non sono cattivi, anzi il Me­dioevo ha conosciuto dovunque " governi temperati... " .75) Questo atteggia­mento portò al noto contrasto con il governo borbonico (la rivista si stampava a Napoli) che già aveva motivi di risentimento con la Compagnia di Gesù per l'appoggio dato dai gesuiti siciliani alla rivoluzione del 1848 e pretendeva da parte dell'ordine un'esplicita dichiarazione in favore della superiorità della monarchia assoluta sulle altre forme di governo. Quando il padre Paladini, pro­vinciale di Napoli, ed altri gesuiti di quella città sottoscrissero l'8 dicembre 1854 un indirizzo in tal senso al Re Ferdinando II, il generale della Compagnia, il 7 febbraio 1855, inviò ai padri provinciali una lettera sostenendo che In fatto come in diritto la Compagnia di Gesù è e si dichiarava estranea a tutti i partiti politici, qualunque sieno , mentre Pio IX disse al padre Taparelli d'Azeglio che la dichiarazione dei napoletani era uno scandalo, un vero scandalo .76)
74) per una valuazione di tale proposta ofr. M. DE LEONARDIS, Note di storia della storiografia sulla Questione Romana, Rassegna storica del Risorgimento , 1978, pp. 405-
407.
75) AUBBBT, op. di., parte I, p. 72.
76) cfr. G. DE ROSA, Introduzione a Civiltà Cattolica 1850-1945, Firenze, 1973, voi. 1, pp. 21-22 e 80 sgg. Il padre Taparelli era uno dei più contrari ad identificare le posizioni della Chiesa in campo politico con gli antichi regimi; in un suo articolo del 1857, non