Rassegna storica del Risorgimento
GARIBALDI GIUSEPPE CENTENARIO; MUSEO CENTRALE DEL RISORGIMENTO
anno
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1982
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pagina
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209
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Libri e periodici 209
tina (pp. 235-236). A integrazione del medesimo tema, in una differente prospettiva, è il saggio di Sergio Benvenuti (La richiesta del Trentino di un'autonomia separata dal lirolo tedesco dal 1848 al 1914), già cimentatosi in un ampio lavoro di documentazione storica: L'autonomia trentina al Landtag di Innsbruck e al Reichsrat di Vienna. Proposte e progetti 1848-1914, Trento, 1978; tanto il saggio che il volume riprendono i temi del dibattito suirautonomia, con riferimento da un lato alla questione nazionale (all'inizio non ancora divenuto problema politico), e dall'altro ai rapporti tra i gruppi etnici e i partiti politici a livello pubblicistico, come nelle Diete, in Parlamento, e nel Consiglio del-1 Impero. Fondamentale per un discorso sull'autonomia è senz'altro a la distinzione del-1 autonomia come privilegio per alcuni e come liberazione nazionale per altri, che è poi il caso che si applica proprio alla difesa accanita dei tirolesi dell'autonomia del Paese, che è una forma di conservatorismo e di mantenimento di privilegi. Per i trentini invece, se 1 autonomia fosse stata loro accordata, sarebbe stata una forma di liberazione (Sestan, p. 149).
Neil' 'esaminare l'autonomismo friulano, nel regno d'Italia, e quello giuliano nell'Impero asburgico, l'Agnelli delinea un sintetico profilo della storia delle due regioni, dal 1867 alla prima guerra mondiale, indicandone i momenti di contatto, le differenze profonde, le linee di svolgimento; facendo ricorso alla letteratura esistente, alla pubblicistica e legislazione, l'Agnelli studia l'azione del Municipio a Trieste nella difesa nazionale, il comportamento dei partiti (del partito socialista, in particolare), le critiche al centralismo (a proposito del Friuli) pronunciate in Parlamento dall'on. Guardini, l'importanza in Friuli del movimento cattolico (la principale forza autonomistica), il vanificarsi infine della tradizione federalistica ed autonomistica dei socialisti giuliani, all'indomani della guerra 1915-18; la sistemazione definitiva delle Province redente (sulla base dell'autonomia dei liberi comuni e delle diete provinciali) avrebbe potuto essere quasi il modello di una riforma generale del sistema italiano, ma non venne portata avanti per le dimissioni di Giolitti nel '21: a Bloccato dalla situazione generale del partito l'autonomismo socialista, costretto in posizione marginale e non apertamente appoggiato in sede locale quello di derivazione liberalnazionale, lacerato da contrapposizioni locali che impediscono la compattezza raggiunta nel Trentino quello cattolico, non è difficile capire come finisca per venir meno il sostegno di base e d'opinione, di cui si sarebbe potuto valere il progetto riformatore (p. 180). La conquista dell'autonomia si rivelava, una volta di più, assai difficile e tale da richiedere alla memoria di studiosi e politici gli antecedenti storici del dibattito, su decentramento ed autonomie, dall'unità d'Italia in poi. Al quale argomento e dedicato il succoso saggio di Carlo Ghisalberti che riesce a contemperare le sue doti di storico e giurista disegnando con finezza le forme istituzionali e la normativa, il dibattito politico e la dottrina amministrativa a seguito della proclamazione, nel 1861, del nuovo regno; indicando in sintesi le motivazioni delle scelte compiute da parte del liberalismo moderato a metà Ottocento (accentramento politico-amministrativo, estensione delle leggi subalpine, rifiuto di ogni diaframma tra Stato e cittadini, apparato statale compatto ed omogeneo ecc.), il Ghisalberti riconosce l'equilibrio politico raggiunto col Risorgimento e discute al riguardo con attenzione i vari giudizi di Feliciano Benvenuti, Ragionieri, Romeo, Aquarone, il quale in particolare ha di recente ribadito a come il problema di allora non stava tanto nell'allargamento del grado di partecipazione alla cosa pubblica, quanto invece nella ricerca di ogni mezzo idoneo a garantire la stessa sopravvivenza dello Stato costituzionale unitario (p. 50). Senza seguire l'autore nella sua disamina riguardante singoli istituti (ad es. la funzione della provincia; i poteri del prefetto), tentativi di decentramento, progetti e dibattiti, a noi interessa rammentare il connotato di fondo dello Stato italiano al tempo di Crispi (e con qualche modifica, anche più avanti): il suo governo non abbandonò quella somma di controlli sugli enti locali che caratterizzavano la struttura tradizionale dello Stato liberale, ritenendo che la democratizzazione di questo dovesse conseguirai sul piano della partecipazione politica dell'intera collettività nazionale alla vita delle istituzioni e su quello del controllo parlamentare suU'amministrazione pubblica, non già su quello dell'autonomia degli enti minori territoriali assolutamente contraria al suo modo di concepire la cosa pubblica (pp. 54-55). Dopo la prima e la seconda guerra mondiale il problema si sarebbe presentato di nuovo in vista di soluzioni più moderne.