Rassegna storica del Risorgimento
GARIBALDI GIUSEPPE CENTENARIO; MUSEO CENTRALE DEL RISORGIMENTO
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1982
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Libri e periodici
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istituzioni spesso in aperta concorrenza; inoltre, la burocratizzazione sempre più accentuata delle sue funzioni ne limitava la sopravvivenza e il ruolo alla difesa dei privilegi tradizionali e, soprattutto, al controllo corporativo sulle strutture professionali; infine, l'intervento statale controriformistico si limitava ad un ferreo controllo sulla cultura e ad assicurarsi quel minimo di funzionari di cui aveva bisogno, lasciando tutto il resto nelle mani dei collegi professionali, corporativi. Il segno più evidente di questa crisi era dato dalla diminuzione del numero degli studenti e, soprattutto, dal moltiplicarsi di istituzioni alternative e concorrenziali, quali i collegi d'educazione per i nobili, le accademie, gli Istituti, destinate ad avere grande diffusione e successo.
A partire dalla prima metà del Settecento e dalle prime esperienze torinesi, però, le riforme varate dagli Stati assoluti nelle diverse università europee ed italiane, cercarono di intaccare la vecchia tripartizione di origine medievale delle facoltà (Teologia, Legge e Medicina) e di piegare l'istruzione ad una maggiore corrispondenza con le strutture professionali; le facoltà vennero rafforzate e rese autonome dagli antichi collegi professionali (degli avvocati, dei medici e dei teologi) affinché le professioni venissero sottratte al controllo corporativo per passare sotto quello dello Stato, che tendeva a procurarsi dalle università quadri amministrativi fedeli e preparati.
A Roma, invece, fallirono presto, nonostante l'appoggio fornito da molti docenti nella speranza di acquisire maggiore autonomia, i primi tentativi di riforma avviati da Innocenzo XII e da Clemente XI allo scopo di diminuire lo strapotere del collegio degli avvocati concistoriali (potente corpo privilegiato, residuo dell'antica organizzazione professionale, che, pur restando estraneo alla vita didattica dell'università, ne aveva in mano la gestione e l'amministrazione), primo passo essenziale per l'avviamento di un maggiore controllo statale sull'istituzione e di una lotta contro il particolarismo di gruppi e di autonomie corporativi. Durante il papato di Benedetto XIV la funzione del collegio venne addirittura rafforzata, ignorando le richieste dei docenti di una trasformazione in senso statalista e centralizzatore, simile al modello torinese. Né le cose cambiarono in seguito all'ampio tentativo di riforma avviato nel 1788 dal rettore Carlo Luigi Costantini: in pratica, fino all'età rivoluzionaria e napoleonica, e anche oltre, la situazione della <t Sa. pienza rimase invariata. Inoltre, contrariamente a quanto avveniva altrove, il ruolo e la rilevanza sociale dell'università romana erano sminuiti in conseguenza del fatto che la laurea non costituiva nello Stato né un obbligo né un titolo professionale per i funzionari e per adire alle cariche pubbliche. L'autrice insiste sui ripetuti e vani tentativi fatti dall'università, per sollevare le proprie sorti, di ottenere l'obbligatorietà della laurea per tutti gli impieghi pubblici importanti: mentre negli altri Stati il titolo professionale veniva diventando sempre più significativo per le carriere pubbliche e quindi anche per l'ascesa sociale, e, di conseguenza, l'università assumeva un ruolo rilevante e incisivo nei processi sociali, nello Stato della Chiesa, invece, a causa della sua particolare struttura, le carriere amministrative o prelatizie restavano del tutto sganciate dal titolo universitario poiché il reclutamento avveniva attraverso altri canali, e, spesso, proprio attraverso quei collegi ecclesiastici che erano i diretti rivali dell'istituzione universitaria. del resto neppure fu tentata, da parte papale, una politica di attrazione della nobiltà verso le istituzioni culturali pubbliche analoga a quella adottata negli altri paesi, dove lo Stato assoluto cercava di costringere anche l'aristocrazia a passare sotto la struttura culturale-professionale da esso direttamente controllata.
Sul piano culturale, poi, la staticità, il conformismo, la fedeltà al diritto romano a j,ase giustinianea dai contenuti formalistici e astratti, e agli antiquati metodi didattici risultano evidenti e stabili per tutto il corso del secolo. L'autrice, considerando soprattutto le vicende della facoltà di giurisprudenza, raccoglie puntualmente tutti i tentativi di rinnovamento dei metodi e dei contenuti dell'insegnamento proposti dalle personalità più aperte, dal De Luca al Gravina, al Duni, fino al Renazzi e al Mangiatordi, ma è costretta a rilevarne il sostanziale fallimento, nonostante una certa apertura manifestatasi verso la fine del secolo nei confronti del diritto naturale e di una visione giuridica maggiormente ancorata alla storia e alle discipline in via di affermazione, come l'economia. Soprattutto il Renazzi, con l'esigenza di certezza e di chiarezza del diritto, con l'apertura alle teorie del Beccaria