Rassegna storica del Risorgimento

GARIBALDI GIUSEPPE CENTENARIO; MUSEO CENTRALE DEL RISORGIMENTO
anno <1982>   pagina <222>
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Libri e periodici
millenaria Repubblica di San Marco che cinquantanni prima aveva concluso la sua agonia con gli scossoni napoleonici. Buona parte dei dirigenti veneziani di quei mesi mirarono a ricostituire una repubblica che fosse l'erede di quella precedente, in una visione più citta­dina che nazionale. Indubbiamente i capi della Repubblica di Venezia facevano parte della borghesia urbana e ignoravano quasi completamente le condizioni vigenti nelle cam­pagne. Manin, per considerare l'esempio più ovvio, aveva lasciato Venezia solo per andare a studiare all'Università di Padova, e per fare i suoi primi anni di avvocato a Mestre. In tutta la sua copiosa corrispondenza di questo periodo non si trova alcun, riferimento con­creto ai problemi delle campagne (p. 26). Così Paul Ginsborg, già attento studioso del perìodo, nel suo saggio ce Venezia, l'Italia e l'Europa nel 1838-49 , rifacendo la storia della rivoluzione e dei suoi mutamenti istituzionali da repubblica a parte del Regno del­l'Alta Italia sabaudo, infine a Stato di Venezia . Abbiamo letto e ascoltato migliaia di volte che la storia non si fa con i se ; ma Ginsborg analizzando le varie incertezze di Manin, la diffidenza (ricambiata) verso Carlo Alberto, la mancata unità d'azione con l'Un­gheria insorta, non resiste alla tentazione di considerare una repubblica veneta vincente se nel primo periodo (dal marzo al luglio 1848) i capi veneziani anziché contare sugli eserciti dinastici (piemontese e pontificio) avessero promosso una leva in massa. Si pote­vano utilizzare le risorse dell'Arsenale, i numerosi volontari di tutta Italia e soprattutto coscrivere almeno parte dei contadini che avevaono prestato il lungo servizio militare austriaco (circa 60.000), rendendo così almeno più ardua la riconquista del Veneto a Radetzki e a Nugent. Invece Manin oltre a non far nulla di concreto sul piano militare nella pianura, concesse alle classi dirigenti delle città venete solo uno status consultivo nel nuovo governo. Da questo momento si separano i destini della Terraferma e di Venezia, che cercherà aiuto soprattutto dalla Francia repubblicana.
Adolfo Bernardello esamina il Contributo delle classi popolari di Venezia alla Rivo­luzione e alla difesa della città nel 1848-49 . Certamente l'adesione delle masse popolari al regime repubblicano dimostra chiaramente che esse davano alla repubblica un signifi­cato sociale, assai lontano dagli intenti della borghesia liberale. Si verificano tumulti e qualche saccheggio di case di austriacanti. Il Governo cercò di andare incontro riducendo il costo del sale e fissando mi prezzo politico al pane, oltre ad offrire qualche misura accat­tivante come la restituzione di tutti i pegni di scarso valore. <c Sul piano politico l'introdu­zione in seguito del suffragio universale maschile fu un atto di grande rilievo democratico, tanto più significativo se si pensa che lo Stato italiano vi perverrà solo più di mezzo secolo più tardi (p. 56). Paradossalmente (ma non troppo) lo stato di guerra cooperò ad alleviare la disoccupazione; molti artieri lavorarono a riparare le opere di difesa, e nume­rosi giovani ai arruolarono nei corpi volontari che sorgevano come funghi, soprattutto nella Guardia Civica. Esaminando poi le statistiche dei caduti fatte dallo Jàger nel 1880 il Bernardello fissa nel 53,2 il tributo pagato dai lavoratori veneziani per la difesa della cittiu
Piero Brunello dedica il terzo saggio del volume a I contadini e la rivoluzione del 1848 nel Veneto . Rispetto a Venezia la Terraferma, comprendente Veneto e Friuli, costi­tuiva un mondo ben differente e molteplice, dove a zone di piccola proprietà in montagna si contrapponevano grandi aziende bracciantili in pianura. C'era poi lo spinoso problema dei beni comunali, che si trascinava da secoli e che una legge austriaca del 1839 tese a sopprimere, trasformandoli in proprietà privata. La legge non passò tranquillamente, pro­vocando proteste e agitazioni nei ceti rurali, colpiti anche da una forte crisi cerealicola. Nel marzo del '48, negli stessi giorni di Venezia si assistette ad un rapido ritiro delle guarnigioni austriache e ad una presa del potere da parte delle deputazioni comunali, for­mate da borghesi urbani e proprietari terrieri. Questi governi corcarono di limitare l'iscrizione nella Guardia Civica ai possidenti e di usarla per mantenere l'assetto sociale. Nel Cadore vi furono moti per ripristinare i diritti collettivi soppressi nel 1839, e il con­tadino in pianura crede di essere libero come riferisce allarmato il fattore dei Moce-nigo al padrone (p. 103). Logico che le autorità provinciali rifiutassero di promuovere la difesa militare della regione nell'unica maniera efficace, alleandosi ai celi rurali, aspettando invece l'azione degli eserciti dinastici. Unica eccezione la guerriglia di Pier Fortunato Calvi nel Cadore, ma nel resto del Veneto le compagne non ostacolarono l'avanzata austriaca.