Rassegna storica del Risorgimento
LETTERE AL DIRETTORE
anno
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1983
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pagina
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177
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Banerjea e Mazzini
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Anche secondo l'opinione di alcuni suoi insigni connazionali come Kristodas Pai, Banerjea era un uomo finito.24)
In questo dramma personale Banerjea ebbe, per così dire, un'illuminazione politica:
Nella morsa di ferro della rovina mi ero già fatto un'idea dell'operato che mi attendeva nella vita. Ebbi la sensazione che avevo sofferto perché ero un indiano, un membro di una comunità disorganizzata, senza un'opinione pubblica ed una voce nelle delibere del suo governo. Sentii con tutto il calore appassionato della gioventù che nella nostra terra di nascita noi eravamo solo degli Doti, dei taglialegna, dei portatori d'acqua. Il torto personale fattomi era un esempio dell'inesorabile impotenza del nostro popolo. Dovevano altri soffrire in futuro come avevo sofferto io in passato? Dovevano, pensai; a meno che non fossimo capaci come comunità di riparare ai nostri torti e di proteggere i nostri diritti individuali e collettivi. Nel mezzo della rovina incombente e della cupa dsgrazia si formò in me la determinazione di indirizzarmi verso il compito di aiutare il mio popolo impotente in questa direzione.
Fui in Inghilterra dall'aprile 1874 al maggio 1875, e durante questi tredici mesi mi rinchiusi nel mio alloggio, nel sobborgo di East Molesey vicino a Hampton Court, dedicandomi agli studi che ritenevo mi avrebbero qualificato per questa opera. Dalle dieci del mattino fino alle otto di sera ero incessantemente al lavoro, leggendo libri che mi avrebbero ispirato il fervore e fornito la capacità per quello che avrebbe dovuto essere il lavoro della mia vita. Ero solito fare ampie note con indici, che sono ancora adesso in mio possesso. Di tanto in tanto facevo una scappata a Londra, per vedere gli amici e consultarmi su quello che andava fatto per essere ammessi al tribunale; ma non esagero dicendo che ero immerso nei miei libri e che non provavo piacere più grande della compagnia dei grandi maestri, con i quali ero allora in quotidiana comunione.
Fu un anno di preparazione, di laborioso apprendistato, il più prezioso della mia vita, sul quale rimando lo sguardo con infinito piacere. Le tenebre che mi circondavano furono dissipate nella nuova visione che mi si apriva davanti, nelle attese glorie di un'esistenza consacrata, di un'altruistica devozione al servizio del mio paese decaduto. Fu un periodo di lavoro incessante, guidato da un'ispirazione invisibile. Recuperai il mio buonumore nella nuova speranza risvegliata in me e nella gioia che in me fremeva che non tutto era perso, ma che c'era ancora del lavoro che dovevo fare in una sfera forse più grande di prima. Dalla morte viene la vita, una vita superiore e una resurrezione più nobile. Così fu nel mio caso.25)
I tredici mesi passati da Banerjea immerso nei libri furono fondamentali per la sua formazione politica; egli lesse e rilesse Burke, uno degli autori più amati dagli intellettuali indiani della sua generazione, e lesse Mazzini, sul cui esempio dovette meditare a lungo. Furono soprattutto questi, tra i grandi maestri con i quali era allora in quotidiana comunione , quelli che condizionarono maggiormente lo sviluppo del suo pensiero politico. Può apparire strana questa duplice influenza di pensatori assai diversi tra loro, conservatore il primo, rivoluzionario-democratico il secondo. Di Burke Banerjea amava soprattutto il costituzionalismo, mentre di Mazzini rifiutava, anche se comprendeva, le teorie insur-rezionali, che egli riteneva inadatte al caso indiano. Purtroppo Banerjea non dà né nelle sue memorie, né altrove, un elenco dettagliato delle sue letture di quel periodo, e non è possibile sapere quanta e quale parte dell'opera mazziniana fosse a sua diretta conoscenza; ritengo assai probabile che egli abbia letto Life and writings of Joseph Mazzini, tradotti e curati da C. E. Maurice (London,
24) s. N. BANERJEA, A Nation. cit., p. 32.
25) Iviy pp. 32-33.
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