Rassegna storica del Risorgimento

BATTAGLIA DI MENTANA 1867; BERNA GIOVANNI CARTE
anno <1983>   pagina <210>
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i fatti concreti e i singoli individui, che si distinguesse dalla pura erudizione, che si sforzasse di essere fredda e distaccata indagine delle cause (un punto, quest'ultimo, sul quale per la verità il Salvemini degli anni a cavallo tra i due secoli aveva parecchio da farsi perdonare, tanto da giustificare l'insorgere in Galante Garrone del sospetto che egli sentisse il bisogno di rivolgere l'ostinato monito a sé non meno che agli altri, quasi per resistere alla tentazione, che più di una volta gli prese la mano, di mescolare all'atti­vità scientifica dello storico la passione morale e politica:*) ma di ciò Salvemini era ben consapevole e quasi rivendicava allo storico in genere e a se stesso in particolare il diritto di essere passionale , sembrandogli sufficiente che nell'esarci tare quel diritto non si barasse né ci si atteggiasse a disinteressati paladini della scienza).
Il problema della passionalità dello storico, della sua partecipazione alla vita del suo tempo e del suo eventuale contributo di studioso aU'affermazione di determinati ideali politici ci riporta al nucleo principale del volume di Galante Garrone, centrato, come s'è detto, su ciò che Salvemini aveva scritto e su ciò che avrebbe voluto scrivere su Maz­zini. Come è noto, lo storico pugliese si avvicinò gradualmente a Mazzini e non senza prevenzioni e pregiudizi, la maggior parte dei quali fondati su una epidermica conoscenza del movimento democratico italiano che, a suo parere, aveva espresso in Cattaneo e non in Mazzini il suo più degno rappresentante: reo di imperdonabili ingenuità nel 1848, il Genovese si vedeva riconoscere qualche bella qualità morale nel momento stesso in cui politicamente era ridotto ad una nullità: impegnato a fianco di Ghisleri (e sia pure con altri intenti) nella lotta alla monarchia, Salvemini era portato ed esaltare il federalismo cattaneano e di conseguenza a condannare l'unitarismo mazziniano in quanto foriero di tutti i mali dell'Italia di fine Ottocento. Come avrebbe più tardi sostenuto egli stesso, in lui l'ammirazione morale per Mazzini era meno forte e salda della <c irritazione intellettuale (p. 49) provocatagli dalla constatazione del fallimento della sua attività politica; e, evidentemente, vista e giudicata con la lente del federalista, l'analisi della vita di Mazzini non poteva che concludersi con un bilancio negativo: solo che guardare al Risorgimento e ai suoi esiti da posizioni come quelle federaliste, se poteva servire a portare avanti il progetto politico che stava a cuore a Salvemini in quel momento storico, non rivelava un modo corretto di scrivere la storia né, probabilmente, rispondeva a quella che secondo Croce un Croce allora e più oltre addirittura maramaldo con Salvemini era la sola funzione dello storico. Viene alla mente quella frase di Engels a Lafargue che suona press'a poco così: Quando si ha un ideale non si può essere uomini di scienza, perché si ha un partito preso in anticipo .
D'altronde a me sembra che le parole di rimpianto scritte da Salvemini sul finire della vita a proposito di Giustino Fortunato e del suo unitarismo frenetico ( Cosi avessi conosciuto quel grande maestro non nel 1909, ma quindici anni prima! 2> va­dano interpretate oltre che come una specie dì pentimento rispetto alla scelta federalistica della gioventù, come puntualmente rileva Galante Garrone, anche come una sorta di ram­marico per l'occasione perduta, per la possibilità non colta di accostarsi a Mazzini con spirito meno inquisitorio. Perché, se è vero che dopo il saggio sui Pattiti politici milanesi i toni di Salvemini si fecero più cauti e l'approccio metodologico più sorvegliato, è altresì indubbio che il suo Mazzini del 1905, per quanto opera di prim'ordine, era un tentativo troppo scoperto di ricostruire il pensiero di Mazzini dai suoi stessi scritti senza tener gran conto osserverà Maturi delle esperienze concrete , prescindendo cioè dalla realtà concreta e dal confronto con le altre forze e le altre ideologie. A questo proposito Galante Garrone è molto limpido quando afferma che nel lavoro salveminiano il pensiero di Mazzini non è colto nel suo stesso divenire, nel suo connettersi alla cangiante realtà che di continuo lo sollecitava e lo modificava, ma è per lo più cristallizzato e come imbal­samato in un sistema immobile di proposizioni generali, teoriche, che finisce per accen­tuare e schematizzare un po' troppo la pur innegabile tendenza mazziniana a chiudersi in una rispettiva fedeltà a formule e a dottrine astratte (p. 42).
0 p. 253. 2) p. 291.